L’ultima speranza, quella che muore alla fine di tutto

(Praticamente, un colpo di fortuna)

Fu fortunato, perché all’ultimo momento sperò che si spezzasse la corda, e la corda si spezzò, ma nel cadere si fracassò il cranio e morì di colpo, tramortito, senza sentire il dolore terribile dello strozzamento.

Lo trovammo così, con la testa rotta e gli occhi spalancati sulla vita che non avrebbe voluto più vedere.

lezioni di volo (fabio)

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mi libererò delle mie scarpe e dei lacci
e imparerò a farmi farfalla,
a farmi piuma e
a farmi vento,
poi, ancora,
imparerò
a farmi,
a farmi
e basta,

fino
a
che
non
imparerò
a smettere
di voler imparare

(e non c’è niente da capire)

MR LIX

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Muito Romântico
cinquantanovesimo frammento

per te
avevo messo da parte
tutte le parole
perché fosse fatto di carne e sudore
il nostro amore

ma ora
che me ne sto fermo e chino
sul crinale

eccole
riaffiorare di nuovo
come avvoltoi
sulla carcassa
del maiale

e torno a farmi male da solo
colpito da una scheggia impazzita
che schizza via
da un’esplosione
di parole
parole
parole

Nitore andaluso

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(In memoria di un blog che non esiste)

Fine febbraio di un anno bisestile. Fuori nevica e a me sembra un regalo della Vergine del Rocío. Rintanato in casa, resto ad osservare incantato i fiocchi che calano lenti dal cielo. Non era mai successo prima, qui nel barrio di Santa Cruz, su queste case imbiancate con la calce per proteggerci dalle aggressioni del sole.
Sono ipnotizzato come un bambino. Vista da dietro i vetri, ha qualcosa a che fare col silenzio, la neve. Mi ammalia tutto quel suo candore. Cala come calce stanca e restaura il vuoto che mi serve per pensare. A sinistra e a destra nulla resta da guardare, solo nitore lieve. Come questo foglio bianco prima che lo imbrattassi con parole dense di nonsenso greve e neve.

Immagino un vecchio dalla barba candida che pensa un pensiero grande come un universo e lungo come l’eternità. Mi spavento, accartoccio il foglio ed esco all’aria aperta per disintossicarmi e tenere freddi i pensieri.
Cala una notte candida di luna piena mentre continua a nevicare sul nuovo giorno. Intorno a me tutto torna bianco e nitido come l’attimo prima della creazione.
Il sole scioglie la neve e ridà luce e colore a tutte le cose. E’ l’alba di un nuovo giorno, è marzo ed è giovedì.

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Metaquote (interludio pen(s)oso)

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ovvero Nihil sub sole novi

Tante volte ho sentito citare la frase di Juan Ramón Jiménez secondo cui “il primo che ha detto che le lacrime erano perle, è stato un genio, e l’ultimo che lo ha ripetuto, un idiota”,* che mi sento proprio un perfetto idiota a ripeterlo ancora, qui ed ora.

Forse copiamo tutti e davvero tutto è stato detto. Forse, chi copia, copia da una sola fonte; chi crea, copia da molte fonti, fino a smarrirsi tra le sorgenti e dare origine a nuovi sentieri e fonti nuove cui si abbevereranno orde di nuovi copiatori e creatori più o meno nuovi o rinnovati. Forse diciamo sempre le stesse cose, ma i migliori di noi trovano modi migliori per dirle, facendoci emozionare come se avessero scoperto ad ogni passo un’altra america e una nuova scheggia di verità.

Questa, per esempio, non so più da dove l’ho copiata, ma spero che me la copieranno in tanti mascherando e tradendo sapientemente le fonti fino a fare del mio pensiero un’altra cosa e della sua forma un’altra casa, più confortevole e accogliente da abitare.

* (“El primero que dijo que las lágrimas eran perlas, fue un genio, y el último que lo repitió, un idiota.”, citato da Ramón Gómez de la Serna in “Greguerías 1910-69”, ed. Austral, p. 79)

Un Solenne Pernacchio

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Il poster di Stefania spernacchiante

un pernacchio solenne e salivoso
a tutti i politici, a tutti gli economisti di niente
e a tutti i detentori di capitali piccoli, smisurati o ingenti,
che hanno basato sulla finanza questo fottutissimo sistema
di libere volpi in liberi pollai, che strozzano
popoli, galli, pulcini, galline, genie, genti e gente
in nome di monete sonanti, banconote sante e assegni assenti:
soldi che producono soldi che producono soldi e debiti pubblici e privati
destinati a gravare ininterrottamente
sulle spalle della gente povera
e della povera gente
ignara di tutto
ed edotta di niente
(il denaro è uno strumento;
uno strumento che produce uno strumento
è come il replicante della fantascienza
più tetra, trita e indecente
che si impossessa del mondo
e si ribella all’umano che l’ha messo al mondo
allo stesso modo in cui
un incosciente mette al mondo un incosciente
e poi si trova con le pezze al culo
e senza più niente di niente)

un pernacchio solenne e fragoroso assai
per tutti quelli che sono disposti a tutto
pur di occupare sedili liberi sull’autobus,
poltrone al cinema o al parlamento
e troni in vecchie monarchie
assolute o costituzionali,
dimenticando che poi
saranno sempre e comunque
seduti sul loro s/porco culo
(e qualche volta
si siedono anche
su un culo rotto
che s’arrossa
e fa ancora male)

un pernacchio sonoro, fragoroso,
solenne e struggente
a tutti quelli che imitano
coloro i quali sono disposti a tutto
pur di occupare sedili, poltrone e troni,
ma s’accontentano
di un piccolo posto di pseudo-lavoro
in cui si fa poco o niente
(e quasi sempre,
mentre che fanno niente,
si lagnano
e dolgono
del loro rotto culo
che fa ancora male e male
d’un male che non si può più rimediare,
a quanto pare)

un pernacchio solenne,
solenne, salivoso
e struggente,
a tutti costoro e coloro
che blaterano e predicano
razzolando male
nel libero pollaio summenzionato
e sui culi sporchi e rotti
di cui s’è già detto troppo
facendo poco o niente
come il resto dell’italiota gente

F&R

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f l u s s i  – e –  r i f l u s s i
dell’informazione nostrana

˛ ° * • ˛°˛  ,~* ˚˛° ˛•˛
• ˛˚ ~°˛•˚ *˛°~ ,˚ , • ˛˚ ˛
° ˛˚˛ °• ° ˚ ˛•˚*˚*~ * °˛•
° ° ˛~˚˛ *˚ *˛*° *˚

la nave la nave la nave
la neve la neve la neve

la neve la nave la neve
la nave la neve la nave

g r o s s i s a c r i f i c i

il vento il vento il vento
brrrrrrrrrrrrrrrrrrr blizzard

g r o s s i s a c r i f i c i
g r o s s i s a c r i f i c i

per tutti  gli italioti idioti
timorosi  e chiusi in casa
in attesa  di chissà cosa

i n t h e  m e a n t i m e
atene  brucia  di  rabbia
e di d i s p e r a z i o n e

e  la nave va  finché  va
sottolanevelanevelaneve
e  l e  p a r o l e  v a n e

(tra cui senza alcun dubbio
includo  queste  che  avete
p e r s o t e m p o a l e g g e r e
i n v e c e d i s c e n d e r e i n s t r a d a
a d a r f u o c o a l l e p o l v e r i d e l l a r i v o l t a)

Il Treno di Ted

(a Sylvia)

Gli alberi in fila
Corrono contromano,
Io mi lascio
Trasportare
Da una nenia
Che sembra venire
Dalla pancia della terra,
Ma è il frastuono
Dell’ultimo treno.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando ti chiudevi
Da sola in cucina?

Le lenzuola lavate
Sventolano al sole.
Una nuvola distilla uno specchio
Che riflette la sua
Lenta cancellazione
Per mano del vento.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando ti alzavi
Dalla sedia disfatta?

Persone o stelle
Mi guardano con tristezza,
Le deludo.
Il treno lascia una linea di vapore.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando chiudevi
L’ultima pagina del tuo calvario?

Alte sopra il mio corpo vanno le nuvole,
Alte, gelidamente e un po’ piatte,
Come se fluttuassero su un vetro invisibile.

Io non posso disfarmene
Né posso disfarmi di me,
E il treno sta sbuffando;
Sbuffando, sfiatando
E digrignando i suoi denti
Pronti ad arrotarci
Come quelli di un diavolo.

Manca un minuto alla fine
Un minuto, la caduta di un goccia.

Il treno si trascina, sta urlando,
Animale
Smanioso della sua destinazione,
Macchia di sangue
Sulla rotaia,
Da cui tu sali
Nel nero carro di Lete,
Pura come un’infante.

Il motore sta ingoiando i binari,
I binari sono d’argento
Si allungano nella distanza;
Ma saranno ugualmente inghiottiti.
La loro è una fuga inutile,
Come un treno che ti porta via
Tra i disperati della deportazione.

Per te non ero un Dio, ma una svastica
Così nera che nessun cielo poteva irromperci.
Ogni donna, dicevi, adora un fascista,
Lo stivale sulla faccia,
il brutale cuore brutale di un bruto
A me uguale.

Le api volano. Risentono il sapore della primavera.
In alto passano nuvole fredde.
La morte si apre,
Come un albero nero, neramente.

Perversità in cucina!
Sibila il bollitore.
Intorno c’è un fetore di grasso e cacca di infante,
Tu sei drogata e intontita dall’ultimo sedativo.
Fumo di pentole, fumo di inferno.

La perfezione è terribile, non può avere figli.

Oh Dio, tu non eri come me,
Nel tuo nero di vuoto
Pieno zeppo di stelle,
Stupidi filamenti di luce.

L’eternità ti annoiava,
Non l’avevi mai voluta.
Quello che amavi
Era il pistone in movimento
E gli zoccoli dei cavalli
Con il loro spietato tormento.

Ma tu, grande Stasi,
Cosa ci trovi di grande
Nello spazio circoscritto e solitario
Di questa minuscola camera a gas?

Il cuore si chiude,
Il mare cala,
Gli specchi sono velati.
Non esiste stazione finale, solo valigie.

Niente di cui rattristarsi ha la luna,
A certe cose è ormai abituata.

Tu non volevi fiori, volevi solamente
Giacere a palme riverse ed essere tutta vuota.

Io sono verticale,
Ma preferirei essere orizzontale
E sarò utile il giorno che ti resterò accanto sdraiato:

Allora gli alberi potranno accarezzarti, una buona volta,
E i fiori avranno tempo anche per noi, anche per te(d).

4 istantanee delle prime 6 settimane di Stefania

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In risposta a “My favorite thinghs…” di Falconier

Le prime 6 settimane di Stefania - di Gaetano Aitan Vergara e Romina Paula Iavarone

Sono già un paio di settimane che ho l’impressione di aver un po’ sovraesposto la nascita di mia figlia. Mi sono detto più volte che è l’ora di finirla. Ma stamattina, di nuovo, non ce l’ho fatta. Ho letto il tenerissimo post che mi ha dedicato Falconier e ho deciso di rispondergli con questa immagine, con tanto di piedino in primo piano, in onore del finale della sua dedica.

(Due su quattro sono foto di mia moglie che pubblicamente ringrazio di questo e molto altro ;)