L’ULTIMO ENTRONAUTA (parte II)

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Poi si richiese trecento volte se doveva aprire quell’ennesima porta, e quando l’aprì scivolò in centinaia di stanze buie e luminose, finché si trovò in quella blu e grigia; aprì ancora senza più esitazione, mentre la perdeva anche quella, e già iniziava a dimenticare e a sentirsi più leggero. Quando fu più leggero di una piuma e più leggero dell’idea più leggera, provò all’inizio disagio, perché l’aria che dall’esterno attraverso la bocca penetrava nel fondo più profondo di sé creava vortici che tentavano di riportarlo verso l’alto, fino a recuperarlo alla materia. Ma lui, la più leggera delle piume, si ancorò dentro di sé e pensò sul da farsi.
Così lo sciamano capì che non era entrato nel fondo più profondo, e pensò di esplorare più dentro, dove non c’è aria che entri: tolse gli aculei dalla sua pelle, ma senza uscire del tutto fuori di sé, poi diede un urlo che gli sembrò più dolce del dolce canto di sua madre e masticò sette erbe che gli volarono intorno all’interno.
Si avvolse in un ruscello limpido e cristallino che trovò dentro di sé. Restò immobile ed ebbe dei brividi mentre strinse le cosce delle sue sensazioni estasiate. Fu qui che ebbe la prima visione alla ricerca del suo dio personale, incontrando invece lunghe schiere di facce opalescenti nelle quali distinse varie volte le sue. E mentre guardava dimenticava sempre di più, stanco di provare a confrontare quelle sagome con i volti di fuori, lui che ormai era di un altro universo, forse di un’altra essenza. Per un attimo gli tornò la paura e sentì le vertigini come cadendo da un filo, ma poi si volse di nuovo a guardare e un diavolo gli sorrise fraterno.

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gaetano vergara © 1986

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