L’ULTIMO ENTRONAUTA (VII ed ultima parte)

[…]

Intanto cominciava a dimenticare, e mentre la luna già non riceveva più luce, si trovò di nuovo a scavare guidato da una forza che percepiva estranea. E scavò, e scavò, e scavò per sei notti e sei giorni, pensando solo alla terra che a ogni tocco cambiava colore.
Sul fondo nero della fossa, gettò via la pala, si sputò sulle mani e camminò per undici ore seguendo sensazioni istintive e indistinte che lo trasportavano di cunicolo in cunicolo.

All’uscita della galleria, si sentì più felice che alla prima volta di ogni cosa e pensò che, ora sì, aveva imparato qualcosa, e benché fosse assai più leggero, doveva essere cresciuto di almeno due spanne…; eppure era sempre più debole e cominciava a vacillare sulle sue gambe scheletriche.

Improvvisamente gli venne in mente la Fame.
Corse fuori di sé veloce come un’idea.
Ritrovò il suo corpo vecchio e stanco immerso nel mare del suo sudore.
Otto passi più in là c’era l’albero dei suoi frutti preferiti. Pensò di raggiungerlo, e ad ogni sforzo dimenticava i paesaggi di dentro.
Si alzò.
Ma camminando inciampò e inciampando morì.

 

 

Passarono nove lune prima che trovassero il suo corpo mezzo mangiato da topi e formiche.

[fine]

 

gaetano vergara © 1986

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