Tra Sirio e Partenope

(nuova versione)

Sirio, sirena serena finché si innamorò, chiese agli dei una vagina, per lasciar penetrare quel marinaio greco nell’entroterra che sentiva fremere sotto il suo perfetto ombelico a forma di rosa.

Nettuno, eternamente irretito da quel canto che faceva cambiare di destino barche e naviganti, lasciò risuonare tre volte il suo tridente in fondo al mare e, per incanto, la trasformò davanti agli occhi attoniti dell’umano che l’aveva fatta innamorare.

Ma quando cercò di abbracciarla, il giovane marinaio si rese conto che la profumata pelle della sirena si era coperta di squame maleodoranti dal busto fino alla testa: dove prima campeggiavano i suoi floridi seni, c’erano ora due schifose branchie pulsanti; i suoi occhi a mandorla si stavano trasformando in esanimi palle di vetro e la spessa chioma si sparpagliava tra le onde in miriadi di fili di seta. Impazzito di dolore, il bel marinaio invocò gli dei affinché la facessero ritornare quella di prima e ripeté migliaia di volte l’antico proverbio che aveva sentito nel porto di Napoli: “Tirano cchiu doje zizze ca duciento marvizze.”

Alla fine, il giovane morirà come muoiono gli uomini, l’eterna Sirio tornerà quella di sempre, e Nettuno continuerà ad accarezzarle i capezzoli e la chioma nera con le acque tiepide del suo grande mare.

gaetanovergara © 2003

Versione originale: Entre Sirio Y Partenope

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