Il mare nel bicchiere

Visto che non entrava nello spazio angusto del suo bicchiere di vetro, fece un buco sul fondo e si fermò a guardare l’acqua attraversare le pareti lisce e ricadere nella conca aperta del grande mare.

“Scorre, scorre; goccia goccia.

Flusso fluido di liquido.

Perenne movimento. Io sento.

Io sento l’acqua passare e passare.

Fluido divenire.

Incessante sconvolgimento. Io sento.”

E passarono molti soli e molte lune. Molta acqua passò lungo il bicchiere. Tanta da dimenticare il suo progetto iniziale. Tanta acqua passò per il bicchiere. Tanta da annegare la nozione di un tempo retto e segmentato che qualche volta si aggroviglia su sé stesso in volute circolari e spirali senza fine.

 

Per quanto lontano da tanta insensata saggezza, mi rassereno anch’io ogni volta che riesco a risentirlo fluire tra i gorghi e gli anfratti della mia memoria. Ma sono troppo lontano, troppo lontano se ancora mi chiedo come riuscì a perforare quel bicchiere di vetro senza che si infrangesse e frammentasse in migliaia di schegge sparse impazzite sul suo corpo e tra le acque del mare. Troppo lontano, troppo lontano se mi attorciglio a contare i giorni e le sere che avrà impiegato a guardare l’acqua fluire, prima di sottrarsi alla nozione del tempo in cui io mi dibatto zimbello, schiavo e prigioniero.

Tutto questo e tant’altro la storia non dice, e tace anche il mare mentr’io costruisco cattedrali di sabbia e continuo a scrivere sull’acqua un senso in perenne divenire. Troppo lontano, troppo lontano da tanta santa insensatezza.

gaetano vergara © 1993-2004

 

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