Homo sum; humani nihil a me alienum puto

Tutto ciò che è umano ha una logica umana che è anche la mia logica. Tutto, anche le azioni più irrazionali, infime ed efferate sono anche le mie azioni. Homo sum. Nulla, nulla dell’uomo mi è estraneo. L’umanesimo della ragione non è così lontano dall’umanità delle viscere. L’uomo a venire è ancora e anche l’uomo della caverna e della clava. Ogni scienza contiene una coscienza; ogni gesto buono una carica distruttiva; e ogni violenza una tensione d’amore, una carica affettiva, passionale, erotica. Ecco perché ti ho violentata, ieri.
Eri così dolce e mansueta, così disponibile verso questo cliente tanto difficile da soddisfare. E poi trovavo eccitante che fossi venuta nella mia casa di scapolo impenitente e insoddisfatto per razionalizzarmi gli spazi e rendere più accogliente la mia solitudine. Per un attimo ho immaginato di essere il tuo sposo promesso. Pensavo che fossimo impegnati a progettarci il futuro, a scegliere dove avremmo fatto colazione, dormito e chiacchierato, quali erano le stanze destinate ai bambini e al nostro studio, in che luogo ci saremmo riposati e dove avremmo fatto l’amore.
L’uomo dell’attico dell’ultimo piano della metropoli di cemento e grattacieli vive ancora rintanato nel buio dei seminterrati della sua coscienza.
Quando ti sei abbassata a disegnare con le dita sinuose l’angolo in cui avresti messo un camino, ho smesso di vederti il collo e le mani e ho cominciato a sentire le tue natiche strusciarsi tra le mie cosce. Tu continuavi a parlare e a spiegare non so bene cosa sui colori del pavimento, la luce sulle pareti e i parati da buttare via. Ma la tua voce risuonava lontana. Un’eco distante fuori dalla caverna dei sensi in cui mi ero rintanato a scrutare il desiderio che mi cresceva dentro.
Cercavo di contenermi. Ma più mi concentravo nello sforzo, più regredivo allo stadio animale che mi ha spinto a saltarti addosso come su di una cagna ritrosa. All’inizio sei rimasta muta e immobile. Io, per un attimo, ho recuperato la ragione e ho pensato che potesse fare piacere anche a te una botta di vita e via. Ma tu hai cominciato a dimenarti cercando di sfuggire alla mia presa; e ogni movimento faceva crescere in me l’ansia di possederti, di sentirti gridare tra le mie braccia, di vedere annullata ogni tua facoltà e volontà residua. Volevo sentire che eri anche tu schiava del desiderio che mi aveva rapito e scaraventato fuori dalla realtà. Volevo fare di te un prolungamento dei fremiti che scoppiavano al centro del mio ventre e del mio cuore.
Sarebbe stato bellissimo, se tu non mi fossi svenuta tra le cosce.
Sei caduta con le braccia al suolo tramortita mentre ti venivo troppo presto sulla schiena. Mi sono arrabbiato. Sono impazzito dal dispiacere. Il desiderio frustrato si è trasformato in un’ira montante che si è rovesciata sul tuo corpo privo di sensi sotto forma di calci, pugni e pedate sulla faccia, sulle gambe e sul culo. Stremato, ti sono caduto addosso e ho cominciato a piangere come un bambino. Ti ho baciato e leccato una ad una le ferite sul collo, le gambe e la schiena. Tu eri riversa ancora immobile sul pavimento mentre tra le lacrime scorrevano via gli ultimi rantoli della mia follia. Mi sono reso conto di aver compiuto un gesto bestiale e aberrante. Ho temuto che potessi denunciarmi. Mi avresti rovinato, avresti distrutto la mia vita tranquilla di scapolo impenitente e solitario.
Ti ho messa sulla sedia su cui sei seduta, ti ho legata con la corda con cui sei legata e ti ho ripulito le ferite amorevolmente, come alla figlia che avrei voluto accudire e accarezzare. Poi ho pensato di ammazzarmi o di ammazzarti. Ma non ne ho avuto il coraggio. Sono una persona troppo perbene, per fare certe cose. Non sono fatto per le soluzioni estreme. E non vorrei mi prendessi per quello che non sono. Io sono solo un uomo, solo un uomo, nulla, null’altro che un uomo solo.

gaetano vergara (c) 1998-2004

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