Lo scorso Venerdì ho assistito ad un concerto per violoncello e pianoforte al Teatro San Carlo di Napoli.

Come al solito lascio qui le emozioni che ne ho ricevuto solo quando ormai sono già sedimentate.
I protagonisti di questo evento erano due strumentisti d’eccezione: il divo del violoncello Yo Yo Ma accompagnato da Kathryn Stott, versatile pianista britannica a suo agio tanto nel repertorio cosiddetto classico tradizionale come nelle più ardite tessiture della musica contemporanea.
Yo Yo Ma è un magnifico esemplare d’artista del XXI secolo: un parigino di genitori cinesi che spazia dalle impeccabili esecuzioni delle suite di Bach alla rilettura colta della musica sudamericana, orientale e africana. Il suo ultimo cd è incentrato sulle colonne sonore di Ennio Morricone, il penultimo era basato sulla musica di Dvorak, e prima, sempre nel 2004, c’erano stati un album dedicato a Vivaldi ed un fantastico live sulla musica brasiliana (Obrigado Brazil Live) – tanto per dare un’idea dell’esperienze eclettiche di questo virtuoso del violoncello (il cui più grande limite consiste, a mio soggettivo modo di sentire, nel creare prodotti troppo puliti e patinati).
Tutta questa ricchezza di esperienze fa di Yo Yo Ma uno dei massimi rappresentanti di quel crossover che incrocia le strade della musica popolare e tradizionale con la classica e col jazz, nella convinzione che non esistono reali confini o steccati frapposti tra le sette note (ma forse sarebbe meno riduttivo parlare di 12 note; senza contare i quarti di tono così indispensabili in tanta musica di ascendenza orientale…). Siamo dunque di fronte al fulgido esempio di un artista che ci insegna come sia sempre possibile trovare negli altri una parte di noi: un’altra declinazione dell’Homo sum; humani nihil a me alienum puto che dava il titolo ad un raccontino postato qui sotto.

Al San Carlo il duo Ma-Stott ha eseguito con meraviglioso affiatamento:
– la Sonata in la minore (D.821) di Schubert
– la Sonata in re minore (op.40) di Šostakovič
Le Grand Tango di Astor Piazzolla
Bodas de Prata (quattro canti per violoncello e pianoforte) di Egberto Gismonti
– la Sonata in la maggiore di César Franck.

Ho particolarmente apprezzato il II e III movimento della sonata di Šostakovič: un allegro ed un largo in cui le armonie libere ed ardite lasciavano indovinare movenze di danze popolari russe scandite ora sui bassi del pianoforte ora sugli armonici del violoncello.
Rostropovich di DalíMa, il va sans dire, i brani che mi hanno maggiormente appassionato sono le due pièces sudamericane. Tra le altre cose, è stato bello vedere accostati due musicisti sconfinati come Piazzolla e Gismonti: due compositori in bilico tra la formazione popolare, borghese e tradizionale dei loro rispettivi paesi, il jazz afro-americano e la musica colta europea. Peraltro entrambi hanno studiato a Parigi con Nadia Boulanger (l’argentino negli anni ’50 e il brasilano negli anni ’60) ed entrambi hanno partecipato alla colonna sonora di un capolavoro assoluto del cinema sudamericano: El Viaje di Solanas, film che chiude la meravigliosa trilogia cominciata con El Exilio de Gardel e Sur (entrambi musicati da Piazzolla).

Le Grand Tango è una pagina scritta appositamente per Rostropovič (il musicista effigiato in questo ritratto di Dalí, un pittore che non amo ma che tante volte mi trovo ad ammirare per guizzi di questo livello di tecnica e ingegno). Si tratta di un brano dell’ultimo Piazzolla in cui emerge un concentrato degli intrecci melodici e dell’andamento sanguigno e appassionato che questo reinventore del tango sapeva conferire alle sue musiche. Ho trovato particolarmente suggestivo vedere il piede destro di una pianista di estrazione classica come Kathryn Stott muoversi forsennato per scandire il ritmo accelerato concepito dal compositore argentino. Quasi come se le tavole del palcoscenico del massimo teatro del sud Italia si fossero trasformate nel suolo tremante di una sala da ballo di Buenos Aires:

Al evocarte, tango querido,
siento que tiemblan
las baldosas de un bailongo…

[El Choclo (1947)]

Molto più meditativi e malinconici i Quatro Cantos di Gismonti, basati su una struggente melodia accompagnata da accordi spezzati, arpeggi e grappoli di note del pianoforte: una musica liquida e atmosferica piena di suggestioni popolari provenienti dal brodo di fusione brasiliano (che è un po’ come dire da ogni angolo della cultura di questo mondo stramaledetto e stramaledettamente bello che non smette mai di riservarci soprese. Qualche volta nella forma eterea, volatile e persistente della grande musica).

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