Giusto una settimana fa riportavo qui le emozioni che avevo vissuto nell’assistere ad un concerto per violoncello e pianoforte di Yo Yo Ma e Kathryn Stott.
Oggi, nel giorno dello sciopero generale e di una mia lieve febbre privata, vi consiglio di leggere un altro resoconto di quell’evento (intendo il concerto, non la manifestazione di dissenso né la febbricola). Lo ha scritto foxelli, un mio amico clarinettista con cui sto preparando un recital sul tango che coinvolge anche altri due valenti musicisti. Ma di questo avrò modo di tornare a scrivere. Magari nell’anno nuovo che incombe già.
Caspita, ma perché mi viene da dire incombe? È il pessimismo della febbre o la sfiducia nel governo?
Ma no, non c’è di che scaldarsi (per quello basta già il momentaneo stato di alterazione della mia salute). Forse è solo che ultimamente ho ascoltato troppe notizie; mi è capitato di sentire troppi capintesta urlare e dibattersi per rendermi la vita più sicura ed abbassarmi le imposte. Ed io tremo quando qualcuno si impegna a fare qualcosa per me. Sono fatto così, se mi si mettono davanti e ripetono che vogliono aiutarmi, sento che è il momento di proteggermi. Ho bisogno di luce. Mehr Licht. Intanto, spegnerò anche la radio. Credo che piuttosto che lasciarmi rincretinire dall’imbonitore di turno, sia più sano riprendere l’abitudine di immergere il mio udito nel mondo dei suoni che ignorano le parole. Soprattutto quelle governative. Di ogni governo.

Di che stavo sproloquiando? Temo di aver perso il filo. Forse si sta rialzando anche la febbre.
Ah sì, dicevo del resoconto di foxelli. Lo ha scritto per un forum dedicato alla musica classica. Leggetelo. Oltre che tra violoncelli e pianoforti, vi troverete immersi in una storia privata, locale e globale di amicizia, carta igienica e pomodori.

Se qualcuno mi scrive che questo post suona qualunquistico sbotto che “me ne fotto”, anzi, di più, allego un bel “me-ne-fre-go”, così qualcun altro che si troverà qui di passaggio penserà che è caduto nella pagina di un fascistaccio di merda.

Il motto pregiudicato e schietto
Fu detto da un baldo giovanotto
Fu trovato molto bello
se ne fece un ritornello
E il ritornello allegro fa così
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me

Albione la dea della sterlina
S’ostina vuol sempre lei ragione
Ma Benito Mussolini
Se l’italici destini sono in gioco
può ripetere così
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me

Eia eia alalà!
Me ne frego me ne frego
me ne frego è il nostro motto
me ne frego di morire
per la santa libertà!…

Sono versi che furono popolari nel tempo in cui i fascisti vestivano di nero, si salutavano alla romana ed era chiaro a governati e governanti che l’Italia era una dittatura.* Sarà pure la febbre, ma io ci trovo una verve che non riscontro in nessun atto propagandistico né dei film Luce né delle Radio Londra di oggi.


* Si tratta di tre strofe tratte da due diversi inni ispirati al celebre menefreghistico motto attribuito a D’Annunzio, ma in realtà già usato da Olindo Guerrini come intestazione della propria carta da lettere. Incidentalmente ricordo anche che, come me ne fotto o il più moderno me ne sbatto, anche me ne frego è espressione di derivazione sessuale. Fregare deriva dal latino fricare che vuol dire strofinare, ma anche copulare. Da qui discende anche il napoletano sfruculiare che significa prendere in giro, deridere, molestare, s-fottere.