L’ultimo ritratto

disegno e animazione di gaetano vergara (c) 2004Trago dentro do meu coração,
Como num cofre que se não pode fechar de cheio,
Todos os lugares onde estive,
Todos os portos a que cheguei,
Todas as paisagens que vi através de janelas ou vigias.
Ou de tombadilhos, sonhando,
E tudo isso, que é tanto, é pouco para o que eu quero.

(Fernando Pessoa / Álvaro de Campos,
"Passagem das horas", 22.05.1916)

Erano due settimane che spiavo i suoi movimenti e lo vedevo sedersi, aspettare e ripetere lo stesso rituale senza quasi articolare parola. Erano due settimane, ma quel giorno presi finalmente il coraggio di fermarlo all’angolo di un porticato di Plaza Mayor e chiedergli ragione del suo comportamento.
Senza scomporsi mi disse che la sua ricerca durava da anni, e non solo nel rettangolo di quello scorcio madrileno. Aveva ripetuto il medesimo cerimoniale a Montmartre, a Piazza San Marco e sul Ponte di San Karl; lo aveva rivissuto sui gradini di Piazza Navona e sul Ponte Vecchio; e ci aveva provato e riprovato ad Alexander Platz, a Covent Garden, sulla Prospettiva Nevkij e in decine di altre strade, ponti, punti e giardini che non riesco a ricordare.
Mi spiegò che aveva sudato tutta la vita per lasciare ai figli, ai nipoti e ai nipoti dei nipoti un segno tangibile della sua presenza nel mondo; mi raccontò che fin da ragazzo aveva sognato di realizzare un lavoro persistente, un monumento, un’opera immortale che lo consegnasse alla memoria dei tempi.
Aveva inaugurato negozi e ristoranti in cinque continenti. Aveva edificato case e ripopolato foreste. Aveva fondato ospizi, scuole e case di cura. Aveva girato il mondo in lungo e in largo, lasciando ovunque biglietti da visita, fotografie, registrazioni, assegni, contratti e tracce digitali di ogni tipo. Aveva commissionato a mediocri mercenari della scrittura articoli e libri per pubblicarli a suo nome. Aveva adottato bambine e bambini bianchi, rossi e neri e sponsorizzato il restauro di opere d’arte di ogni paese o cultura. Aveva battezzato centinaia di gatti, cavalli, tigri ed uccelli e inseminato donne di tutte le razze e colori per imporre il proprio nome e il cognome di suo padre e del padre del padre di suo padre. Aveva schizzato la sua firma sui muri, l’aveva incisa sugli alberi e nella pietra, l’aveva tatuata sulle braccia dei carcerati e sulle natiche delle puttane. Aveva lasciato dappertutto impronte, segni, parole, suoni e immagini; ma ancora non era riuscito a soddisfare l’ansia che lo consumava. Ancora non era convinto che la memoria di lui, delle sue gesta o almeno della sequenza di sedici lettere che componevano il suo nome potesse resistere al logorio del tempo per più di un paio di generazioni.

Era per questo che a 89 anni vagava come un ossesso tra i ritrattisti di mezza Europa, posando per decine di riproduzioni al giorno e consumando gli ultimi residui della sua fortuna nell’acquisto della sua immagine variamente ripetuta.
Mentre se ne stava seduto di fronte a un minuto caricaturista orientale, mi confessò che sperava che tra quei giovani mestieranti potesse nascondersi un Modigliani, un Bacon, un Picasso, un Van Gogh, un Goya, un Tiziano, un vero artista, insomma, qualcuno capace di immortalare le linee del suo volto contro l’usura inesorabile del tempo. Tante reiterate delusioni gli avevano fatto capire che solo pochi potevano resistere all’erosione dei secoli. Dentro di sé sperava che, se non un suo ricordo, per lo meno la sua immagine potesse finire conservata a futura memoria (per quanto deformata, reinterpretata e mutilata), magari anche solo tra la polvere di un museo di periferia.
Pensava che se non c’era riuscito con le sue mani e tutto l’ingegno di cui era dotato, poteva ancora contare sulle capacità creative di qualcun altro. Ma gli cresceva dentro il timore che quegli artisti da strada rivelassero altrettanta imperizia degli scrittori mercenari cui si era affidato per il passato.
E mentre se ne stava a parlare seduto, una lacrima rigò il suo volto effigiato su quell’ultimo ritratto.

gaetano vergara (c)  1993-2005
 
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