Il tempo che ho
(una querelle crono-meteorologica)

– Il tempo che ho è mio e mi appartiene, ne sono signore e padrone e non può sfuggirmi di mano; io lo governo e soltanto io lo posso fermare. Ed anche di te posso fare quello che voglio quando e come mi pare, perché nelle mie mani è anche il divino e l’umano diventare.
– Ma smettila con la tua supponenza. Il tuo tempo lo fermo in un istante, mi basta un fulmine o un temporale per bloccarti nelle stanze dell’Olimpo e non lasciarti più sbraitare.
– Ricorda, figlio ingrato, che se io non lascio fluire il mio tempo, il tuo se c’è sole sarà sole perenne, e se c’è vento, vento senza fine.
– E tu sappi che, se osassi sfidarmi, ti fulminerei con una delle mie saette prima che possa pensarlo.
– "Prima" e "dopo" sono io che li governo.
– Ma ti muovi anche tu in uno spazio che è mio, e senza forme, oggetti, cielo e terra sotto i piedi non percepiresti neanche la durata del tempo e i cambiamenti che ogni attimo porta e comporta…

Impegnati nella contesa, Kronos e Zeus dimenticarono di mandare sulla terra Primavera.
Ed io, il tempo che persi a inseguirli sull’Olimpo è quello che trovai al riparo del freddo che fa fuori.


Senza farmi troppe domande, questo testo l’ho improvvisato in adesione ad una proposta di Massimo SdC che ci invita a scrivere qualsiasi cosa (più o meno breve, poco importa) che abbia come titolo "Il tempo che ho".
Mi pare inerente al tema anche questo mio vecchio post di un paio di primavere fa. Se vi resta ancora un po’ di voglia e tempo…

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