II PARTE – Capitolo LXXV
Che tratta di tutto quello che Cide Hamete Ben-Engeli non disse e giammai avrebbe potuto dire.

Dopo che il notaio prese atto di come Alonso Chisciano il Buono era trapassato da codesta presente vita, il baccelliere, il barbiere ed il curato se ne andarono alle loro dimore, senza aggiungere neanche una parola che potesse infrangere quell’immenso silenzio.
Nella stanza rimasero solo il fedele scudiero ed i resti del vecchio Chisciotte.
Sancio si avvicinò guardingo al capezzale del letto.
L’ingegnoso idalgo si sporse dalle lenzuola e sussurrò:
– Siamo di nuovo soli?
Lo scudiero emise un lungo sospiro e fece di sì con la testa.
– Allora, cosa aspetti? Sella Ronzinante, è il momento di mettersi a buscare nuove avventure.
Sembrava a Chisciotte che tutto quel tempo in cui si attardavano era sottratto al mondo ed a coloro che in esso erano bisognosi di favore e protezione. E vieppiù temeva che potessero tornare la serva e la nipote che erano andate a disporre esequie degne del suo buon nome.
– Che Iddio ci aiuti! Ed ora, cosa faremo? – sbottò Sancio.
– Per prima cosa, ammazzeremo l’arabo che va contando le mie imprese in ogni dove, poi torneremo a disfar nuove offese e a raddrizzar torti, com’è lodevole costume di tutti i buoni cavalieri erranti, e proteggeremo i bisognosi dai ripetuti assalti della realtà, come è giusto che sia e sarà.

Il buon Alonso Chisciano, pensava che, morto l’arabo, nessuno più avrebbe avuto l’ardore di scrivere con penna di struzzo volgare e mal temperata le imperiture prodezze del cavaliere senza macchia e dalla triste figura. Ma io non sono certo che così fu o sarà.

gaetano vergara © 2005

[Nel post precedente è possibile leggere la versione originale spagnola e qualche piccola spiegazione (oltre ad un interludio tanguero pseudo-pubblicitario)]

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