Contertulios di merende e bevute

La scorsa settimana, in un giorno la cui data non voglio ricordare, sono ufficialmente invecchiato di un anno. Come mi capita spesso, ho celebrato il trapasso verso l’anno nuovo lontano da casa, con persone appena o da poco conosciute. Tipico per chi è nato nell’emisfero boreale sotto le stelle caduche di Agosto.
Ma non è questo il punto.
Se ne scrivo qui, ora, è per raccontare quanto sia stata bella quella con-celebrazione bella aldilà di ogni aspettativa; il fatto che i miei affezionati lettori possano essere indotti a formularmi posticipati auguri (dei quali eventuali, anticipatamente, ringrazio) è solo un effetto collaterale in-desiderato.
Ma veniamo al fatto.
Mi accompagnavano, intorno ad un paio di tavolini rotondi di un bar madrileno, amiche e compagni magrebini, iraniani, lituani, siriani, spagnoli, serbi e italiani (li cito da sinistra a destra a partire da este servidor, e, per l’amor del cielo, spero di non aver dimenticato nessuno). Tutti hanno condiviso con me mari di birra gelata (come si usa qui a Madrid) e chupitos di 999, un liquore d’erbe made in Lithuan (in verità, Simo non ha bevuto neanche un goccio, perché lui osserva alla lettera le prescrizioni del versicolo del Corano che proibisce bevande che alterino gli stati di coscienza; mentre gli altri musulmani, almeno in questo, si sono mostrati molto meno intransigenti e più gaudenti; o forse avevano più senso della storia, meno personalità, più personalità o più sete). In fondo, non abbiamo fatto altro che chiacchierare del mondo e di noi condendo la realtà con aneddoti e facezie; ma si è creato una bella atmosfera, di quelle in cui ognuno annulla temporaneamente il peso dei propri valori assoluti, perché risalti quanto siamo uguali, la buena gente, e quanto siano fottutamente diversi da noi i politici hideputas (contrazione di "hijos de puta"), i politici figli di puttana, dicevo, che si impegnano a sottolineare le differenze tra un naso dritto e uno curvo per farci sbranare come cani da combattimento. "Todos iguales, todos diferentes", diceva un vecchio slogan che ho sentito una ventina di anni fa proprio qui o in qualche altro posto della penisola a forma di pelle di toro tendida en el sentido de su longitud de occidente a oriente y en el sentido de su anchura del septentrión al mediodía (cfr. Strabone).
D’ora in avanti, mi sono detto ad alta voce, nessuno di noi potrà più restare indifferente se gli bisbiglieranno dalla televisione che c’è stato un terremoto in Serbia o un’invasione dell’Iran. Nessuno di noi potrà più sentire estranee le vicende dell’altro, dopo aver condiviso tanti bicchieri colmi di sentimenti e idee. E se qualcuno lo dimenticasse, che si dimentichi, da qui in poi, anche di far parte della razza umana, e se ne vada a pisciare sui muri e a mangiare con il grugno infilzato nella ciotola. Se ne vada a leccare prono e affettuoso la catena che lo rende schiavo, se così gli piace. Oppure, nel crogiolo dell’oblio, si dimentichi pure di alimentarsi e muoia d’accidia come chi porta a spasso il suo fottuto cadavere.

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