Cronache veneziane di 20 anni fa

Nel remoto 1984, di ritorno da un lungo viaggio a Venezia a dormire fuori la stazione Santa Lucia e accompagnare i suonatori di strada, scrissi queste parole in forma di verso (insomma, andavo spesso a capo senza riempire il corso lungo del rigo ed avevo il coraggio adolescenziale di mettere insieme, ad una strofa di distanza, parole come libertà e amore).

Parma, Settembre 1984

Vino che zoomi
e metti a fuoco ogni cosa
e accresci il silenzio
e catalizzi il rumore,
ricordami un po’
queste ore passate!

Vino in cui solo stai bene
quando stai bene,
stai male se già stavi male.
Vino, riordinami
queste ore che ho passato!

Minerva è solo la dea dei cerini,
Lilith, una gatta che se piange ride,
Eloise, corpo caldo che danza
solo se tu ci sei.

Ana, un sogno da cui tiravi note soavi
che abbiamo sacrificato per la libertà.
Vino, se sai,
spiegami cos’è la libertà.

Vino che zoomi
e metti a fuoco ogni cosa
sovrapponimi le immagini altre da queste
della gente di patria
che ha sacrificato il coraggio
e io per loro l’amore.

Vino ci sei
ma sei ancora poco!

Vino che hai danzato per noi
e hai cantato con noi
e hai regalato il brasile
ad un giorno di pioggia,
perché non rispondi
se ti chiedo perché?

Sono passati più  di vent’anni.
Avevo pensato ad una vita da girovago, ma dopo una multa della polizia per "aver provocato un assembramento" insieme ad un chitarrista brasiliano ed un percussionista argentino, me ne tornai a casa e mi misi a fare lo studente universitario. I miei compagni ebbero un foglio di via perché il loro permesso di soggiorno era scaduto.

Napoli, 4 Novembre 1984

Cristo, Karman,
dei dell’Olimpo,
è finita la scorta di quei giorni!
Lo spirito sfuma
Mi sveglio in un incubo di noia
avvelenato dalle routine.

Cielo, cielo,
soffoco
mentre il corpo decade,
c’è un ronzio nel cervello
ed è di fuoco la pelle
mentre non so cosa fare.
Affondare nella gioia di ieri!
Ma qui non c’è liquido
nel quale lanciarsi.
Gli animali in cattività
sono incapaci di amore.

Cristo, Minerva,
credevo di esser vivo
ma era solo un canto di cigno,
solo un canto di cigno
quando di nuovo morivo
sull’inchiostro sbiadito.

Cielo, cielo,
come odio queste pagine
che mi chinano la testa
e mi tolgono la tua visione
nella cattività
che schiavizza l’amore.

Fummo l’ultima generazione di saccoapelisti di Venezia. I vigili e la polizia ci guardavano in cagnesco. La notte suonavamo a Piazza San Marco, e coi soldi che raccoglievamo tra i passanti compravamo il vino al Caffé Florian. Lo pagavamo con spiccioli da 50 e 100 lire. Ma non arrivavamo mai al prezzo totale della bottiglia. Mentre contavamo ad una ad una le monetine, la cassiera si annoiava e ce la cedeva a prezzo da salumeria. Aveva premura di liberarsi di noi per non disturbare la selezionata clientela internazionale.

Non c’è una ragione e ce ne sono mille, se ci ripenso ora.

Annunci