La ballata di Max

Il giorno che mi ammazzerò
i treni arriveranno
con qualche minuto di ritardo.

Max faceva lo spazzino, ma disse ad Angela che lavorava nella City. Nei fine settimana, all’Hyppodrome, tra ginfizz e coca, giocava a fare lo yuppie. Una botta di vita e via; chi si è visto si è visto. E la mattina di nuovo in stand-by fino all’imbrunire del week-end a venire.
Eppure questa volta la notte aveva un altro sapore: all’improvviso le luci intermittenti della discoteca illuminavano una serie di abbacinanti promesse che fino ad allora non si era permesso neanche di sognare. Angela era entrata di soppiatto nella sua vita e già la testa gli fremeva e le gambe levitavano lievi. Senza bisogno di impasticcarsi o ondeggiare tra cocktail e superalcolici, da un momento all’altro ogni cosa  assumeva una luce più vera e più pura.
Caspita, era proprio uscito fuori di testa, ed era più bello della più belle delle feste di alcol, droga e fiche fresche!
Nel buio della notte, ripensò tutto il tempo a quel bacio, ai suoi occhi liquidi, al profumo delicato di frutta e menta che lo aveva riportato tra gli aromi intensi dei suoi dodici anni; mentre all’Hyppodrome era tutto un chiasso infernale di tecno e cristalli infranti senza sensi di colpa né attimi di ripensamento o pietà.
Gli sembrava di conoscerla da sempre, Angela, e continuava a chiedersi come avesse potuto vivere fino ad allora senza quel sorriso spalancato sul mondo.
Si erano sentiti accordati e consonanti fin dal primo passo. Avevano chiesto lo stesso drink e riso nello stesso momento. Avevano ballato per quattro ore stretti stretti come in un tango. Fino a quando lei era sparita lasciandogli stampate sulla fronte le labbra umide di rum e saliva.

Al mattino, arrancando tra scope e secchi, Max si trovò in mano un biglietto con una sequenza di numeri. Stava passando a lucido le cabine di Oxford Street, piene come sempre di adesivi attaccati ovunque per pubblicizzare pizzerie take-away, lavanderie self-service, massaggiatrici orientali, lolite calde e scambi bi- omo- e tri-sessuali. Si fermò, si grattò la testa e sorrise. Era certo che si trattava del suo numero di telefono. Sicuramente glielo aveva fatto scivolare in tasca mentre ballavano.
Gli sembrò il suggello di una nuova primavera senza più pene né noia. E decise che l’avrebbe chiamata al più presto; allora stesso. Voleva invitarla a cena e confessarle tutto al lume di una candela. Era convinto che lei lo avrebbe capito. Angela non era il tipo di persona che si formalizza sui particolari. Non avrebbe infranto tutti quei sogni per una innocua bugia…. Eppure, nel fondo delle sue insicurezze più scure, temeva ugualmente di perderla. Proprio ora che stava entrando a ritmo di marcia nell’incanto di un futuro che fino ad allora non avrebbe neanche osato sperare…
Pensava di staccare qualche adesivo ancora e poi… Improvvisamente, l’occhio cadde su un messaggio inequivocabile: ANGIE, ANGELO DIABOLICO: 748 -lo stesso prefisso- 84 85 67 -il suo numero-. CHIAMA PRESTO!!!

Quel mattino, Max pulì la cabina da cima a fondo come non aveva fatto mai.

Il giorno che mi ammazzerò
i treni arriveranno
con qualche minuto di ritardo.Il tempo di spazzare
il mio corpo dai binari.


Nota e Note
Questo testo, e soprattutto i versi che lo aprono e chiudono, sono per me una sorta di ossessione con cui mi confronto da quattro o cinque anni.
Già ne era apparsa una traccia in una delle voci della collina pubblicate un paio di mesi fa su questi schermi.
La prima versione presentata sul web è in spagnolo e risale al 2001.
(Los hispanohablantes
pueden leerla aquí  y notar que es bastante diferente, pero muy parecida, a esa nueva adaptación italiana
.)
Seguendo il filo rosso dell’ossessione, ho persino provato a mettere in musica la parte in versi della ballata. Complice il solito bicchiere di troppo, ho l’impudicizia di far ascoltare qui, a chi ne avesse la pazienza, la curiosità e il coraggio, una versione di meno di un minuto in cui me la suono e me la canto stonando e articolando voce e chitarra fuori tempo.

gaetano vergara ©© 2001-2005

 

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