Lo sciabordio dei ricordi

Dicen que la distancia es el olvido,
pero yo no concibo esa razón,
porque seguiré siendo el cautivo
de los caprichos de tu corazón.

Una vela si allontana all’orizzonte mentre nell’aria si spandono le note vibranti di un sax. Come in un film. Ma la musica si spegne troppo bruscamente e mi lascia sospesa.
Giù in spiaggia c’eravamo solo io e lui. Io ero seduta accanto alla riva. Lui spense la radio e si sbottonò i pantaloni.
Il primo e il secondo si aprono in un istante. Gli altri sembra maneggiarli a fatica. Intanto io, con la coda dell’occhio, sono tutta assorta a fissare la barca che si allontana all’orizzonte.
Nell’attimo preciso in cui si posavano sulla sabbia due gabbiani, lui avvicinò il cazzo alla mia bocca ed io cominciai a leccare e succhiare. Lentamente e senza voglia.
Ormai la barca è solo un puntino.
Come sempre, facevo attenzione ad ogni fremito del suo coso, pronta ad allontanarmi prima che mi venisse in bocca. Non sopportavo quel sapore acido e quella consistenza gelatinosa; al solo pensarlo mi provoca conati di vomito e voglia di fuggire via. Lontano. Sospinta dal vento di tramontana che mi soffia tra le cosce.
Ecco, ci risiamo. Ogni volta che mi trovo con la testa tra le sue gambe, mi torna in mente il giorno che mi tenne racchiusa tra le pieghe del suo corpo ondeggiante.
Stavo giocando a nascondino coi miei cugini. Lui, scendendo dallo studio di papà, mi vide accovacciata dietro la sua auto. Fece come se niente fosse (facile per lui che è sempre stato un maestro della simulazione). Si avvicinò alla vettura e mi fece l’occhiolino. Io capii al volo. Mi accompagnò fino alla tana, chiusa nel suo cappotto. E camminando mi accarezzava la fronte e mi spingeva il capo sul suo ventre. Come ora. E come ora io mi sentivo combattuta tra la repulsione e la gratitudine. Desideravo compiacerlo; nelle sue mani mi sentivo protetta; ma avevo voglia di andare via. Lontano. Oltre l’orizzonte.
Improvvisamente mi sfila il cazzo dalla bocca e comincia a sbattermelo in faccia, sugli occhi e sulle labbra. Sì, sì, colpiscimi così, picchiami, puniscimi; sono stata cattiva. Lasciamelo riprendere in bocca. Fammi zittire. Riempimi della tua carne. Ma non dire niente a mio padre.
Lui si dimena tra le mie labbra, mi sfugge e continua a percuotermi col suo nerbo teso, sempre più teso.
D’un tratto, infila tutte e due le mani nella mia maglietta e comincia a palpare. Io torno a succhiare mentre le sue dita rugose si muovono frenetiche, strofinano i miei seni, mi strizzano i capezzoli. Mi divincolo, cerco di liberarmi, ma mi accorgo che ogni mio movimento accresce la sua eccitazione. Allora resto immobile col suo cazzo in bocca e le mani strette sui seni. Mi ordina di baciarglielo, di leccargli le palle, di accarezzargli i glutei. Eseguo meccanicamente ogni suo ordine, fino a quando me lo trovo addosso intento a frugarmi tra le cosce. Spero che non mi infili le dita tra le labbra. Spero che non si accorga che sono ancora secca. Mi dispiacerebbe deluderlo. Vorrei essere più bagnata. Vorrei essere più disponibile, più pronta ad accoglierlo nella mia casa umida.
Vorrei sentirmi inghiottita dal mare come quella fottuta barca che si è persa all’orizzonte.

 

Hoy mi playa se viste de amargura
porque tu barca tiene que partir
a cruzar otros mares de locura.
Cuida que no naufrague tu vivir.

 

[Libera improvvisazione su La Barca, di Roberto Cantoral, nell’interpretazione di Caetano Veloso tratta dall’album “Fina Estampa (Ao vivo)”, 1994]

gaetano vergara ©© 2005

 

 

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