Mother Dialect and Father Language
divagazioni sul sistema linguistico napoletano

Ce stev’ ‘nu viecchio e ‘na vecchia
aret’ ‘a ‘nu monte aret’ ‘a nu specchio
aret’ ‘a nu specchio aret’ ‘a ‘nu mont’
statte zitto ca mo’ tu cont’
Allor’

C’era un vecchio e una vecchia
dietro un monte, dietro uno specchio
dietro uno specchio, dietro un monte,
statti zitto che ora te lo racconto
Allora…

[dalle fiabe orali di mia nonna]

Allora…
Scrivo questo post sulla spinta di una felice coincidenza:

  1. La scorsa settimana, Totentanz pubblica un post sul dialetto partenopeo interrogandosi sull’esistenza di “standard ortografici nella lingua napoletana”.
  2. Qualche giorno prima, il mio amico Giorgio mi regala due tomi di proverbi e modi di dire dell’area vesuviana, raccolti dal suo amico Raffaele Urraro, già autore di vari testi di saggistica, letteratura e poesia in lingua italiana. L’opera, di elegante fattura, ha il suggestivo titolo di ‘A vecchia ‘ncielo, un’espressione che fa pensare a Chagall, ai lari, ai numi tutelari, alla continuità col passato attraverso i ditt’ antic’  (ma che, ci spiega Urraro, è anche una formula idiomatica che si rivolge ai bambini “quando tossiscono, invitandoli a guardare verso l’alto, nella speranza che una migliore respirazione faccia passare la tosse”).

Leggendo quel post ed i due tomi di Raffaele Urraro editi dalla Loffredo di Napoli, ho messo a fuoco una serie di riflessioni sul mio dialetto materno; ed ora  lascio qui qualche spunto. Si ve site già scucciate, cagnate post’.

Prima di ogni altra cosa, chiarisco che parlo di dialetto, e non di lingua napoletana, in linea con una  tradizione sociologica che dà lo statuto di lingua solo ai sistemi di comunicazione verbale riconosciuti come ufficiali, istituzionalizzati da centri di insegnamento nazionali e utilizzati anche per produrre documenti di carattere legale, scrivere costituzioni e leggi o dettare sentenze nei tribunali. Il dialetto, invece, è più anarchico, le sue regole variabili da soggetto a soggetto, e, pertanto, mi piace pensare che non possa essere normalizzato né usato per dettare leggi, direttive e normucole (anche da qui deriva quella difficoltà di stabilire un’ortografia standard che era motivo di cruccio per Totentanz).
Per tagliare la testa al toro degli equivoci, concludo, provvisoriamente, che il napoletano è soprattutto una “lingua parlata”, ed anche in quanto tale manca di precise regole ortografiche, …come l’inglese (per quanto fin dal XVII secolo si sia diffusa una notevole produzione creativa partenopea documentata anche in forma scritta).

Da un punto di vista strutturale, il napoletano è un sistema molto permeabile e mutevole; nella sua ricchezza di vocaboli si riflette una storia fatta di innumerevoli dominazioni subite a braccia quasi sempre aperte. Sul corpus di derivazione latina si innestano

  • lasciti greci (a partire dal toponimo Nea-Polis=Nuova Città)
  • francesi (per esempio, buatta, brioscia, bisciù, gattò e sanfasò, derivanti rispettivamente da  boite, brioche, bijou, gâteau e sans façon)
  • catalano-aragonesi (come riggiola e pastenaca per indicare mattonelle e carote)
  • germanici (come spasso da Spass -divertimento- o graffa e raffiuoli, due dolci derivanti da un unico Krapfen)
  • angloamericani (sciù -ancora un dolce a forma di scarpa modellato, appunto, sullo shoe inglese- o cresemisso, regalo natalizio in cui si intravedono le forme del Christmas).

Infine, c’è una gran quantità di eredità spagnole che attengono tanto al lessico come alla grammatica.
Esempi di  ispanismi sono cerasa (da cereza=ciliegia), crianza (=educazione), funtaniere (fontanero=idraulico), ‘ncarrare (da engarrar, agarrar= afferrare), passià (da pasear=passeggiare).
Mentre si evidenzia il retaggio spagnolo in caratteristiche grammaticali quali:

  • l’accusativo personale (cioè l’uso della a nel complemento diretto riferito a persona: Nun veco a Maria: No veo a María)
  • l’uso del verbo tenere per esprimere possesso reale o figurato (Tengo duje figlie: Tengo dos hijos);
  • l’impiego del congiuntivo imperfetto al posto del condizionale sia per esprimere desiderio (vulesse), sia nell’apodosi del periodo ipotetico (contrariamente a quanto afferma Urraro, a me pare che attualmente anche il napoletano, come il vesuviano e il castellano, tende a sostituire il congiuntivo al condizionale).

Ma al di là di tutte queste questioni etimologiche e storiche, una delle caratteristiche che mi sembrano più precipue del napoletano e delle sue molteplici varianti localistiche è il fatto che si tratti di un idioma concreto, molto più concreto dell’italiano e, pertanto, molto meno propenso al ricorso ad aggettivi ed avverbi. Anche per questo, chi come me è abituato a parlare dialetto fin da bambino, in situazioni di forte tensione emotiva (rabbia, pericolo, manifestazioni carnali…) si trova più disponibile l’espressione napoletana che quella italiana (mentre per concettualizzare o operare riflessioni, soprattutto di carattere metalinguistico, è raro che si ricorra al dialetto -anche nel caso in cui si esprimano flussi di coscienza a tu per tu con se stessi -più o meno, quello che sto facendo io ora). Insomma, all’ombra del Vesuvio siamo quasi tutti bilingui (e, come dicevo altrove, conoscere due lingue corrisponde a possedere due anime a vedere il mondo da diverse prospettive).
Traggo dal tomo dei modi di dire di Urraro qualche esempio in cui si evidenzia come il napoletano preferisca la concretezza di sostantivi e verbi all’astrattezza delle forme aggettivali:

  • un vino pessimo e annacquato diventa sciacquatura ‘e votta
  • di un tipo giocherellone si dice che tene’ ‘a capa a pazzia
  • di uno stupido diciamo che tene’ ‘a capa sulo pe’ spartere ‘e [bb]recchie
  • una persona sfacciata e spudorata tene’ ‘a faccia ‘e corne
  • un frettoloso tene’ ‘a neve [o ‘a saraca] ‘int’’a sacca.

Aggiungo che una donna bellissima, affascinante, attraente, splendida, in napoletano diventa più prosaicamente una chiavata.

Mentre, tra i proverbi riportati da Urraro, mi limito (per non scocciare troppo i miei quattro lettori) a citare

L’acqua è poca e a papera nun galleggia

in quanto mi pregio di aver tradotto e diffuso questo proverbio in spagnolo in una formula tanto sonora da poter cristallizzarsi nella lingua e diventare essa stessa proverbiale e popolare, fino a far dimenticare del tutto nome e coordinate dell’autore (u’ anema):

El agua es poca y el pato no flota.

Infine, osservo che tra il dialetto che si parla oggi e quello che parlava mia nonna ci sono notevoli differenze, ma io porto dentro alcune delle sue espressioni. Mi rivedo a 5 o 6 anni a bocca aperta di fronte a una sua misteriosa richiesta:
Vamm’ ‘a piglia’ o spiccicaturo ‘ncoppa ‘ a culunnetta
che mia madre mi traduceva in un più comprensibile (ma meno autenticamente dialettale)
Vo’ ‘o pettine che sta ‘ncopp’ ‘o comodino.

E poi mi ricordo questa sua filastrocca che fa il paio con l’epigrafe iniziale  e chiude questo lungo post:

‘A seccia e’ seccia e nun e’ socci’
o padrone sempe ncoccia
ncoccia pecché è padrone
ten’ tuort e se vo’ piglia’ ragione.

Così che chi è giunto fin qui saprà, attraverso questa mia liberissima traduzione, che:

La pietra è pietra e non è sapere
il padrone sempre la spunta
la spunta perché è padrone
ha torto ed è un gran berluscone.

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