– I –

Il primo comincia col raccontare
la storia di un gruppo di persone
in attesa di non si sa ben cosa
in una stanza più vuota che piena:

un tavolo, qualche poltrona e poi
un paio di bicchieri di cristallo.

– Ah sì, c’erano pure dei bicchieri
di cristallo smerigliato – aggiunge,
ed intervalla parole a parole
con brevi sorsate d’acqua tiepida.

– II –

Il secondo lo guarda,
si carezza la barba
e muove impaziente
le sue grasse gambe
fino a dondolare
il tavolo su cui
tiene appollaiato
l’avambraccio sinistro.

– III –

Il terzo gira per la stanza rasente le quattro pareti e grida che non ha più idee:
– Ormai sono privo di idee e non ho alcuna idea di come possano venirmene in mente, immerso come sono e siamo in tanta vasta desolazione.

– IV –

Steso supino sul palcoscenico
il quinto sta raccontando al quarto
che, “poco dopo, il sesto, al suolo
si accasciò” (e, mentre quest’ascolta,
il sesto si accascia steso al suolo.)

– V –

E si accasciò steso
al suolo questo sesto
quando ormai intorno
già tutti dormivano.

– VI –

Dormivano ignari, come ignaro resterai tu di cosa fosse successo prima, sventurato lettore. E sarai assalito da una sana voglia di andare via o essere altrove. Oppure ti chiederai qualcosa del tipo:
– Cosa mai sarà potuto succedere in quella stanza quasi vuota
riempita da sei persone e molti pensieri sospesi in aria,
sparsi sul pavimento o in attesa di precipitare dal soffitto.

Ed in ogni caso, a me, che me ne può fregare?

Così mi taccio e ti chiedo scusa
per il disturbo in prosa e versi.
(Meglio era spiegare come persi
il filo del senso giù in cambusa
oppure maledir li dei avversi
e lanciare al vento la mia accusa.)