“Cos’è l’endecasillabo?”, mi chiedi,
con l’occhio fisso nella mia pupilla.

L’endecasillabo è una gabbia
in cui mi adagio e mi piace stare,
come cullarsi al suono del mare
avvolto tra orizzonte e sabbia.

(Sono catene anche le tue braccia
ed il vento che soffia sulla faccia;
catene il vizio che ci attira
e la terra su cui la vita gira.)

L’endecasillabo è la struttura
che ingloba col senso la parola
e marca il tempo e l’andatura
assunta dal pensiero che s’invola.

L’endecasillabo è una gabbia
con spranghe di vento sale e nebbia.

(Son invece sonetto i quattordici versi
che precedono questo greve alessandrino
e questi altri buttati giù a come viene,
senza regole lacci né lacciuoli,
andando però a capo prima che s’esaurisca
il rigo o il filo tenue del pensiero
che s’invola – o s’incavola.
Ciò nondimeno, va detto che chi prende il ritmo
tira fuori metri classici e assonanti
anche quando non conta, o conta poco.)
E conta poco il resto
se poco conta
e canta poco
o nulla.

..
!

 

“Cos’è l’endecasillabo?”, ripeti,
mentre fissi nella mia pupilla
la tua pupilla nera.

“Cos’è l’endecasillabo! E me lo chiedi?
L’endecasillabo sei tu,
amore mio.”

..
.

(Così lei si allontana
felice e soddisfatta,
mentre tu non puoi sapere
com’è buono il cacio con le pere,
figurarsi quell’endecacaspito!,
ma contando le sillabe
eviti la conta delle pecore
per conciliare il sonno
che arriva con affanno
come ogni santa notte
di ogni beato giorno.)

Va bene, basta ora,
mi tolgo di torno
prima di tornar
padron di me
e dei miei
troppi
se,

i miei
doppi me.

Pe-re-pé
pere-pé
perepé

. . . e
chest’
è. .

.

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