Un gigantesco orologio di alluminio (come quello appeso sul muro scorticato della mia cucina, ma in scala da 10 a 1) mi afferra tra le sue lancette: qui l’italiano mi aiuta poco, costringendomi ad usare un diminutivo per designare quegli enormi indicatori del tempo che mi si avventavano addosso, percuotendomi, infilzandomi e facendomi roteare come tra le pale di un mulino che continuava ad accusarmi di essere un inetto scansafatiche.

Mi sono svegliato con una grande rabbia in corpo. Come spinto da un impulso che mi cresceva dentro, ho cercato in un angolo recondito della mia scrivania una vecchia lametta; l’ho afferrata con violenza, l’ho girata e rigirata tra le mani e…, senza pensarci due volte, ho cominciato a farmi la barba.