El último cigarro

Appena hai chiuso la porta, ho percorso tutto il corridoio barcollando e sono venuto nello studio. Sul contestador automático c’era uno strano messaggio registrato intorno alle sette di oggi. Prima, perso tra le tue cosce, non ero neanche passato a controllare se qualcun’altro mi avesse cercato.

Sono dieci minuti che lo ascolto e lo riascolto. Non ci sono parole. Solo le note elementari di una pianola che si ripetono ossessivamente come da un albero di natale dimenticato nell’angolo di una stanza vuota; come qualcuno che suona una tastiera sghemba attaccato alla cornetta del telefono; come la banda sonora che accompagna la scure che sta per abbattersi sul mio collo.
Mentre accendo una sigaretta, mi scorre un brivido lungo la schiena. Forse me lo merito…
Per un attimo smetto di digitare e mi guardo alle spalle. Qualcosa si è mosso lì dietro. Fingo di tranquillizzarmi pensando che sia il riflesso della lampada nel vetro della foto di Leida che sovrasta e controlla la mia figura ripiegata su questa tastiera scricchiolante.
Hai ragione, hace de veras mucho frío en esta casa. E sarebbe anche il caso di cambiare l’ordine a los cuadros colgados alle pareti.
Socchiudo gli occhi e rivedo la pelle nuda della tua schiena ondeggiare al ritmo lento-veloce-lento del mio ventre. Rivedo la tua testa posata sul tavolo in una smorfia di dolore; i denti stretti attraversati da un alito di vento che ispiri nel tuo corpo pronto a contenere il mondo intero per un attimo pieno di senso…
Magari ti ho solo usata. Forse ti ho scaricato addosso tutto il mio malestar. Probabilmente ti ho preso troppo alla lettera quando mi hai detto señor mío.

Hai ragione tu. E’ come se dopo mi fossi dimenticato di te e ti avessi gettata via come una cicca usata.
Non lo so. Non so spiegarmi. L’unica certezza è questo desiderio che mentre scrivo continua a crescermi tra le zampe.

Spengo el cigarro sul bordo del davanzale con la mano tremolante. Qualcosa continua a muoversi sulle mie groppe stanche.

[otoño, 2002]

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