La storia narra di un principe daltonico che scatenò un gran putiferio per non aver capito che tra l’essere e il non-essere c’è di mezzo il mezzo il vivere nelle sue forme quotidiane. Ignorava la fluida verità del divenire, il povero principe, e nelle sue fisse convinzioni scatenò dagli eventi la tragedia e dalla tragedia l’epilogo. Tra tentennamenti, ripensamenti e ruminazioni, condusse un regno infetto alla sua fine, impantanandolo in un bagno di sangue, urla e sudore.

Pare che gli unici colori che distinguesse fossero il bianco, il bianco scheletrico del suo viso, e il nero, il nero delle sue vesti, delle coscienze infette e del marcio danese che è in ogni luogo; conviventi e irrimediabilmente opposti fino alla consumazione della sciagura.

Il principe era tutto suo padre, fin nel nome, ma con una tensione nervosa che nel vecchio non si distingueva e una tendenza a non esserci che giorno per giorno lasciava vagare nel nero delle vesti solo ossa e nervi in tensione.

Eppure, il nero e il bianco non si unirono mai nel grigiore, dentro le mura infette di quel regno. Ed alla fine tutto fu rosso cremisi. E poi di nuovo nero, come prima della creazione.

Testo già pubblicato in versione ridotta nell’ambito del concorso “Emozioni tra le righe

Partecipate in  tanti, che cchiu simm’ ‘e cchiu bell’ parimm’. E c’è ancora molto tempo.

In appendice, un indovinello:

Come si chiamava il padre del principe?

(No, va be’, scherzavo, per il momento dichiariamo chiusi i vecchi buoni giochi di pessimo gusto e aperte le recensioni.)

Post scriptum del giorno dopo:

Di sintesi in sintesi, si sta diffondendo come un germe la febbre del racconto in sei parole.

Ho cominciato a cimentarmi con questo,

aggiungendo ciò che la bibbia omise:

– Abele voleva ammazzarlo. Caino fece prima.

(Ma in verità in verità vi dico, chi legge da molto queste pagine, sa che anche in questo caso si tratta di materiale di scarto malamente riciclato e condensato. )