Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris

Supero tutto un complesso di remore che mi porto addosso da decenni e posto qui una canzone che avevo promesso di far sentire a una cerchia ristretta di amici (tutto cominciò quando, tredicenne, imbracciavo la chitarra e provavo a cantare De André, Murolo e Guccini mentre mia mamma, saggia donna, irrompeva nella stanza e mi implorava: “Aita’, si ‘e suna’ sona, ma nun canta’, ca nun e’ arta toja”). Avevo promesso di farla sentire, questa canzone, dopo che mi era scappato di parlarne in un lampo di sconsiderata debolezza; ma al momento fatidico ho provato vergogna e mi sono tenuto il cd in tasca (“Aita’, si ‘e suna’ sona, ma nun canta’, ca nun e’ arta toja”). Poi, non so spiegare esattamente perché o percome, mi è scattato un meccanismo non dissimile a quello che ha spinto folle di italiani a dichiarare al Maurizio Costanzo Show corna personali che non avevano mai confessato nemmeno al loro miglior amico…, ed eccovi qui il brano. (D’altro canto, so bene che i miei dodici lettori corrispondono più o meno in toto alla cerchia privata di cui sopra, e sono certo che questo gesto inconsulto non farà mai arrivare la mia voce alle folle oceaniche della tivvù dei tempi che furono…, e mi tranquillizzo).

Contestualizzo. La registrazione risale all’ultimo decennio del secolo scorso. Il brano è stato composto nei favolosi anni ’80 con intenti sperimentali. Si tratta, per così dire, di un Lied concettuale in cui la forma tradisce il contenuto sovrapponendo un senso che è in contraddizione con le parole (un po’ come nella figura retorica dell’ironia o in certi gesti che negano quanto affermano le chiacchiere che li accompagnano).

Il testo recita (con voce incerta):

I will be immortal like dust 
that takes everything

Io sarò immortale come la polvere
che prende ogni cosa

ma il brano si fa via via più veloce, si deforma come un’immagine di Bacon o come la voce del Pierpaolo degli Squallor, fino a diventare uno stridio di un decimo di secondo tendente al nulla.


P.S. Nello spirito della composizione e in sintonia con la mia vergogna canterina (“Aita’, Aita’, si ‘e suna’ sona, ma nun canta’, ca nun e’ arta toja”), il brano potrà essere ascoltato per un tempo limitato di sette giorni, poi si polverizzerà come ogni cosa e tornerà a dissolversi nel nulla da cui era venuto.

P.P.S. A discolpa di tutti gli altri abitanti dell’universo mondo, chiarisco che oltre alla voce sono responsabile di ogni altro suono di questa canzonaccia, dalla chitarra pseudo-indiana al basso sintetico, alle percussioni in controtempo ed al loop di tastiere anni ’80. Nessun altro essere umano è stato sprecato per registrare queste note.


 

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