(e scusate se mi dilungo, che non ho il tempo di essere più breve)

È un periodo di tanti impegni, troppi per un anno che sta per finire, e uno si vorrebbe svegliare senza botti e stappamenti vari e trovarsi direttamente nella mattina dell’anno dopo a sperare che questo sia meglio e quello già bello e accantonato. Epperò non è che sia stato tanto brutto l’anno che volge al termine, è solo che uno sente dire ‘nuovo’ vicino a ‘anno’ e chissà che si pensa. (Che poi ogni anno già è una svolta aumentare di uno le ultime cifre nelle date dei documenti ufficiali e sugli appunti, gli schizzi e i disegnini che riempiono i quadernetti che altri chiamano block notes (laddove altri ancora, più trendy assai, parlano di moleskine e fanno la faccia di Bruce Chatwin al vento della Patagonia o tra le sabbie del Sahara). (E vattelo a ricordare, mo’, che laddove scrivevi duemilaessei, mo’ devi scrivere duemilaessette. Uffà, ogni anno la stessa storia!))

È un periodo di tanti impegni, dicevo (che poi pure questo ‘dicevo’ si fa per dire, in un contesto che uno sta scrivendo e mica vi parla nelle orecchie che poi dice ‘dicevo’), e così mi sono sfuggite tante cose, perché quando gli impegni sono tanti, tante cose si perdono alla nostra attenzione e uno uno solo è e non può andare appresso a tante cose. E tra le cose perse non m’ero accorto che pOg e Francesco (ma farei meglio a scrivere Francesco, in questo caso) m’avevano buttato in una mischia che da un momento all’altro trasforma questo post che vi scorre davanti agli occhi in una maglia di una catena di Sant’Antonio di quelle che imperversano per la rete e tutti si lamentano e tutti le tengono in vita, e quelli che non si vedono tirati dentro si rammaricano con se stessi e col mondo e si dicono che qualcosa hanno sbagliato nella loro vita virtuale o che tutto il mondo gira per il verso sbagliato se non c’è uno straccio di sodale che li tiri in ballo nell’ultimo giochetto della rete. (Che poi il fatto che a un certo punto le catene si interrompono è la riprova che esiste un numero finito di blogger sulla faccia della terra e che il blogger medio non è disposto a partecipare due volte alla stessa catena né a ribagnarsi nella stessa acqua, seppure potesse).

E così è un periodo tanto pieno di impegni che il buon Francesco me l’ha dovuto dire a voce  che lui mi aveva nominato e che però prima mi aveva nominato pure pOg e allora lui mi ha scancellato (e per questo là sopra mi sono tolto lo sfizio di scancellare anche io il suo bel nome, pure se gli voglio tanto bene a lui e a tutta tutta la sua famiglia; e lui lo sa, e loro pure). E allora, dopo che Francesco me l’ha detto, sono andato da lui e da pOg a vedere di che si tratta; e si tratta di

Prendere il libro più vicino.

Sfogliare sino a pagina 123.

Contare le prime 5 frasi della pagina.

Riportare nel blog le 3 frasi seguenti.

Suggerire il gioco ad altri 3.

E il bello è che loro hanno scelto tutti e due, pOg e Francesco, Francesco e pOg, dei libri che non sono niente male: ché Javier Marías è uno che tiene pure un bel blog e è pure l’autore di Todas las almas (hai detto niente!) e ché io Centurie di Manganelli l’ho letto nel bagno (uno, due e a volte anche tre miniracconti a seduta) e ora ancora nel bagno di casa mia sta, che ogni tanto ci viene un ospite e dopo si commenta la centuria che si è letto o si commenta perché io avevo sottolineato questo o quel passo (che a me nel bagno mi piace pure sottolineare mentre leggo, e per questo ho sempre la matita appoggiata sul leggio; perché nel mio bagno, di fronte al vaso, ci sta pure un leggio vero, di quelli che ci puoi mettere sopra le pagine per leggere la musica; e vi prego di non pensare a male o commentare sconcezze volgari).

Vabbe’, mo’ basta con le tergiversazioni, e cominciamo subito a giocare a

Il gioco del libro vicino

Prendo il libro piu’ vicino.

È Il tango è la mia passione, di M.A. Numminen.

Che è un libro a tempo di tango, ma non di tango argentino, uruguaiano o parigino, e nemmeno romagnolo, no; Il tango è la mia passione è un libro che si muove a ritmo di tango finlandese e dice nella seconda di copertina “Tutti si chiedono quale sia il senso della vita. Io lo so: è il tango”. L’ha scritto un signore di Somero che si chiama Mauri Antero Numminem e che nella vita fa il musicista jazz, il batterista di tango finlandese e l’autore di opere d’avanguardia che rifanno La donna è mobile su strumentini di pazziella o mettono in musica il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein.

Il tango è la mia passione è un libro che leggi le prime pagine e ti sembra di trovarti di fronte a un saggetto che raccoglie pedanterie sui musicisti di tango finlandese, poi vai avanti e ti rendi conto che il libro per tre quarti quello è, una collezione di dati pedanti; ma resta un quarto, sparso a piccole dosi tra un capitolo e l’altro, che vale assolutamente la pena leggere (è la storia di Virtanen, maniaco di tango che sulla suggestione della lettura di un brano di Platone decide di rimanere vergine fino a 35 anni, e gira per le balere combattendo contro piacevolissime tentazioni in gonnella e un pene che non la smette di bussare e fare capolino).

O.k., lo so, sto divagando un’altra volta, ma mi serve per giustificare quanto segue, ché uno vuole pure giocare, ma non è che si può copiare bello e buono un testo che fa:

Il primo tango di Viherluoto diventò un classico; risale al 1942 e porta il titolo di Kaukainen ystäväni (Amico mio lontano). Fu registrato da Eero Väre nel novembre del 1945. Non ne possiedo la versione degli anni Quaranta, bensì quella di Reijo Taipale del 1966 che è, secondo il gusto di oggi, “l’unica vera interperetazione”.

M.A. Numminem, Il tango è la mia passione, Edizioni Socrates, Roma 2006

pag. 123, frasi VI, VII e VIII

Ed ora non mi resterebbe che passare il testimone ad altri 3. Ma il gioco mi ha un po’ preso la mano.

Dunque, da che ho finito di leggere Il tango è la mia passione sono passato a Putas asesinas di Roberto Bolaño. Però a pagina 123 non ci sono ancora arrivato, e così che faccio?, guidato dalla curiosità, ci vado apposta, conto le prime 5 frasi della pagina e ci esce una citazione troppo bella:

Nadie comprenderá jamás mis palabras de amor. Tú, Max, ¿recuerdas algo de lo que dije mientras me lo metías?

-(El tipo mueve la cabeza, la señal es claramente afirmativa, sus ojos húmedos dicen que sí, sus hombros tensos, su vientre, sus piernas que no dejan de moverse mientras ella no lo mira, tratando de desatarse, su yugular que palpita.)

Roberto Bolaño, Putas asesinas, Anagrama, Barcelona 2001

pag. 123, frasi VI, VII e VIII

Non la traduco, che in questi giorni già si è tradotto troppo buràn (che mo’ ne approfitto tra parentesi per ricordare a chi ancora non l’ha saputo che esce il primo numero l’anno nuovo dopo l’ epifania che tutte le feste si porta via.)

buràn-square

Non lo traduco e passo la staffetta a chiunque c’era ieri sera o ci sarebbe dovuto essere e non c’era perché non ha potuto o perché quel giorno lì inseguiva una sua chimera.

Anche se lo so che molti di voi sono in partenza e già stanno pensando di fare cose turche lontano dai sesti righi delle pagine 123 e lontano altresì da questi schermi qui. Ed è cosa buona e giusta.