Fuori programma, un testo di Ravager
tradotto e tradito da Gaetano Vergara per Burán
(ma mai pubblicato in lingua italiana né colà né altrove)

link alla rivista online buràn

Il disco e la sfera
Non ricordo come arrivammo su quella montagna. Io la seguivo in silenzio e lei avanzava sicura: sembrava che ci fosse già stata altre volte, e più andavamo avanti più cresceva in me l’impressione che conoscesse a perfezione tutti quei sentieri in cui io mi sentivo perso e straniero.
Sulla sommità, a un paio di metri da noi, si intravedeva una distesa piena di crateri e piante misteriose; ma non facevi in tempo a fissare lo sguardo su nulla che già il panorama cambiava davanti ai tuoi occhi, come su una giostra sospesa nell’infinito.
All’improvviso Anna fece un salto ed io la seguì senza neanche avere il tempo di chiederle dove stessimo andando.
Un branco di gatti selvatici ci salutò affettuosamente mentre avanzavamo verso una grotta stretta e oscura. Dall’altro lato ci aspettava una micia in calze a rete per mostrarci le meraviglie del suo mondo. E, in verità, lì ogni cosa era straordinaria e la realtà assumeva le forme del prodigio: intorno a noi un siamese costruiva un edificio di mattoni azzurri, un persiano suonava il clarinetto e due cuccioli guardavano ammirati le acrobazie di un gatto volante.
Per tutta la mattinata saltammo con loro da un lato all’altro del villaggio contemplando mummie e sfingi e mangiando prelibatezze di ogni foggia e colore. Dopo pranzo ci sedemmo ad ascoltare concerti di ultrasuoni scritti e improvvisati; giocammo con l’acqua e con l’erba; ridemmo di cani, roghi ed altre inquisizioni.
Il tempo passò in un battito d’ali.
A notte fatta Anna e io riprendemmo la strada di casa. Ma quando arrivammo all’altro lato della grotta, la nostra montagna non era più lì. Da un momento all’altro, sentii crescere in me la disperazione, mi accasciai al suolo e accusai Anna tra urla, gemiti e singhiozzi.
Impietosita dal mio pianto, la gatta con le calze a rete ci venne incontro, leccò le mie lacrime e ci consigliò di aspettare al margine di un precipizio: tra pochi minuti di fronte a noi sarebbe tornata ad apparire la montagna. Dalle sue parole intuii quello che fino ad allora non avevo osato pensare: Anna ed io eravamo capitombolati in un mondo piatto tangente il nostro.
Parzialmente tranquillizzati, ci adagiammo su una pietra in attesa della coincidenza con la sfera.
La micia miagolò un saluto. Io lasciai scivolare lentamente la mia coda tra le sue gambe e sibilai qualcosa  prima di sparire.

Il testo è stato segnalato da: Viejo Payaso
Versione originale: http://www.ficticia.com/yate.php?i=953621

 

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