Bozza per un racconto portoghese

a volte,
la voglia
di raccontarla
ti salva la vita.

Primavera, ore 17,…
A sale sul "Castelo de San Jorge". E’ il suo II giorno a Lisbona. La gente è affabile, ma, comunicazione intermittente + comprendere e non comprendere + pochi turisti: totale, solitudine totale.
D’altra parte, era questo che cercava dopo i casini e le boiate.
A sale, passa distratto i negozi di souvenir, uguali in tutto il mondo; ripassa il giorno precedente  e la mattinata alla Fundação Gulbenkian, le esplosioni di colori acrilici dell’arte contemporanea, fuori la natura (la Natura) sposata con le forme della nuova scultura. Lo riassale una sensazione di pace e tranquillità – come quando era nel giardino della fondazione. Un vento fresco lo avvolge, sente un fruscio d’acque. Vede le prime mura; sale, gira intorno a quelle pietre e alle piante, all’acqua che sgorga dai punti più impensati; pensa agli Arabi e ai loro miracoli architettonici in Europa; pensa all’America, ai marinai portoghesi, l’Oceano, la circumnavigazione del mondo; e sale, sale e si lascia perdere tra quelle mura e l’acqua e i cigni in uno stagno artificiale e gli uccelli che svolazzano tra le piante.
Ormai non pensa più a nulla che alla natura e oltrepassa un ponticello: leggera salita, il sole si affaccia tra le piante e si proietta sui suoi occhi; lui si ferma, fissa i raggi nell’acqua fluente. Si siede sul muretto del ponte. L’acqua che scorre cristallina riflette i raggi tra le pietre bianche e il verde delle piante. Il fruscio del fiumiciattolo accompagna il leggero crepitio delle foglie. Il "locus amoenus", il "locus amoenus" ripete, senza neanche pensarci; poi si gira alla sua destra e vede i torrioni del castello ergersi nell’aria.
Decide di salire, corre forsennato pensando a battaglie e conquiste, agli orrori occidentali nel mondo. Guarda verso ovest il ponte, il Tago, le case e più in là l’Oceano e l’America. Gli orrori occidentali nel mondo.
Si sposta sull’altro lato del torrione quadrato e fissa le chiese bianche di "San Vicente" e "Santa Engracia", marmoree e candide sembrano un unico perfetto edificio. Si siede tra due merli, fissa la parte sottostante; è alto; lì sotto un uomo cammina piccolissimo tra sentieri silenziosi e deserti.
Pensa di buttarsi; gli trema la testa; pulsa il cervello; fissa stravolto un sentiero in basso tenendo le due mani attaccate alla pietra; si scorge contratto e tremante (gli orrori occidentali nel mondo). Poi torna a ergersi, guardando vuoto la chiesa di Santa Engracia, la cupola perfetta e il Tago – ACQUA CHE SCORRE.

Poi si perse, felice di perdersi, nel dedalo di Alfama; tra i panni stesi, nel saliscendi di strade e scale, nel mormorio della gente; tra bicchieri di vino e di birra, vecchi che vendono pane e ricotta, le donne che pregano e preparano il da mangiare in bassi che sembrano invitarti ad entrare; le mille chiese, le case bianche e i brusii.

[1988]


Ieri è stata la festa della Liberazione anche in Portogallo. A Lisbona, il 25 aprile del 1974, la "Revolução dos Cravos" riportò la democrazia nel paese dopo oltre 40 anni di dittatura.
Me ne sono ricordato, e il ricordo mi ha traghettato verso questa ipotesi di racconto scritta all’ombra del Ponte 25 de Abril, quasi 20 anni fa.


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