Cinquemila giorni d’emergenza

Si svegliarono nella città completamente ripulita. Le strade profumavano di fresco. I marciapiedi non erano più intasati da cumuli di rifiuti in decomposizione. Le auto avevano smesso di fare slalom tra buste, scatoloni, lattine e carcasse di frigoriferi e televisori. Ormai non c’era più nessuno che camminasse da un marciapiede all’altro tappandosi il naso e imprecando contro la società, i vicini e il malgoverno. L’aria si lasciava respirare senza più spandere ovunque quella orrenda puzza di carogna imputridita e tutta la città si faceva camminare che era un piacere.
Vecchi, adulti e bambini riconquistarono la strada. I più decisero perfino di lasciare le automobili nei garage e nei parcheggi pubblici per fare quattro passi a piedi e respirare un po’ di aria buona. “Erano anni che non vedevo questa strada ad altezza d’uomo…, senza lo schermo di un parabrezza davanti agli occhi.” “Mamma, mamma, allora ora posso scendere in strada a giocare?” “Ma lo senti, lo senti il profumo del mare?” “Caspita, riesco di nuovo a vedere da qui al fondo del marciapiede!”
La gioia cominciò a impregnare tutta l’aria. Era una splendida giornata di sole. “Sai una cosa? Questo è il giorno più bello della mia vita!” “Dio mio, avevo dimenticato quanto è bella la mia città…” Ognuno si sentiva dentro di sé in festa e in pace col mondo, ed il sindaco pensò di approfittarne per dare un po’ di linfa alla sua rinsecchita popolarità. “Proclamo solennemente una giornata di festività cittadina. Oggi le scuole  e gli uffici resteranno chiusi. I vigili non metteranno multe e la banda suonerà fino a notte fonda nella piazza più grande della nostra bella e invidiatissima città, specchio di civiltà e modello di limpidezza per tutte le genti e per tutti… tutti i popoli”.
Fu una festa bellissima, la più bella che si ricordi. Ovunque, si organizzarono banchetti pieni di ogni ben di dio; scorrevano a fiumi litri di vino, birra e bevande friccicose; in ogni strada, festoni, coriandoli e fuochi d’artificio. Qualcuno, preso dall’allegria buttò dal balcone le cose vecchie, come a capodanno; una coppia di stranieri si denudò in fondo a un vicolo e inscenò un balletto che in un baleno coinvolse centinaia di persone che cominciarono a dimenarsi da una stradina all’altra senza vestiti come la mamma li aveva fatti; qualcun altro, a notte fonda, fece un enorme falò vicino al mare. In ogni angolo, in ogni viale, in ogni piazza di ogni distretto e quartiere si rideva e si gozzovigliava aspettando le prime luci dell’alba.

Il giorno dopo, la città si svegliò con il lerciume che la sommergeva fino al collo: ovunque bottiglie di plastica, preservativi e siringhe usate, vestiti stracciati, giocattoli senza bambini e fazzolettini pieni di muco; giù ai balconi, sedie sfondate, televisori sfasciati e frigoriferi rotti; i resti del banchetto avevano invaso tutte le strade della città; nell’aria si spandeva uno sgradevole olezzo di materia in decomposizione, polvere da sparo e plastica bruciata…

foto di gaetano aitan vergara (c)(c) 2007

(Ma non tutti i mali che vengono finiscono per nuocere tutti allo stesso modo e nella stessa misura. C’è sempre qualche bastardo che s’avvantaggia delle sciagure, delle disgrazie e della catastrofi; c’è sempre qualche sciacallo pronto a infierire sulle carogne.
La coda della nostra storia si chiude inquadrando un gruppetto di persone che continuarono imperterrite a vivere felici e contente. Si chiude la nostra storia con un sorriso di iena stampato sulla faccia di politici, camorristi e affaristi spregiudicati che si beavano di poter continuare a lucrare sull’emergenza rifiuti come facevano già da almeno quattordici anni. Un’emergenza di più di cinquemila giorni, cinquemila giorni di lordura e miasmi.
)

 

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