Un precipitoso elogio della lentezza

Voglio ballare la vita al ritmo di un lento,
prendermi il tempo di sentire dove va il vento
e seguire ogni evoluzione della foglia
nel suo movimento: distacco, caduta lieve,
galleggiamento nell’aria, tenue risalita,
discesa altalenante, carezze sul suolo.

Voglio mirare e scrutare ogni sfumatura
del senso senza perdere nella forsennata
fretta il succo e il contorno che in ogni cosa
gravita dentro, in superficie ed intorno.

Voglio vederti venire seguendo ogni passo,
accarezzarti con lo sguardo lasso per lasso,
indugiare sulle tue labbra fuori dal tempo,
misurare di centimetro in centimetro
l’onda che s’allunga crescente sul sentimento
e ogni tratto ed anfratto della pelle tua viva,

e poi voglio ripeterti pian piano all’orecchio
le parole di una tua risposta elusiva
dispersa nella foia d’una notte estiva
oppure nel rombo d’una corsa intensiva.

Voglio vedere gli alberi dal finestrino
venirmi incontro sul fondo di un panorama
di volta in volta altro e un poco diverso
e riavere nello sguardo lo sguardo che ho perso.

Voglio sentire la pioggia che bagna l’asfalto
e ad ogni goccia assaporare il gusto
di non essere morto.

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……………..
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[Scritta frettolosamente all’alba di una nottata insonne e buttata qui così, senza neanche concederle il tempo debito di una limatura (del che mi scuso con lei e con voi (ma tante volte si fanno guai tremendi per il gusto di inanellare un altro ossimoro nella ostinata ricerca  del senso.))]

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