Casi Amari – I parte
©©1990 (riduzione blog 2008, praticamente ieri)

Quando il padre e la madre gli morirono di cibo adulterato alla mensa dell’ospedale, pensò che era stato un caso fortuito, uno stramaledetto scherzo del destino.
I fratelli maggiori decisero di punto in bianco che doveva buscarsi una fatica. Lui acconsentì senza dire una parola. La scuola non gli era mai piaciuta.
A dodici anni e mezzo non poté trovare di meglio che lavorare con una paga di 30mila lire a settimana nell’officina di un meccanico; e fu pure fortunato, "che Pasquale con la stessa fatica ne prendeva venti". Ma dopo un paio di mesi il padrone cominciò a chiedergli dei servizietti che l’altro a 20mila lire non richiedeva, e lui, da un momento all’altro, si rese conto che forse tanto fortunato non era stato, mannaggia la miseria.
Dopo due anni la sorella maggiore si accasò con un riverito camorrista che fece da garante per un suo inserimento nel mondo della società onorata. Sembrava che tutto filasse liscio e lui non faceva che ringraziare la loro buona sorte e i buchi del sistema che gli permettevano una vita più che decente, ancora migliore di quando i loro disgraziati genitori erano in vita.
Ma purtroppo, l’esistenza dei guappi camorristi è assai precaria, e in una lotta tra clan il beneamato cognato fu ammazzato, lasciando tutti nel dolore, la povertà e la disperazione.

Lui ritenne che fosse stato un altro caso fortuito e si rimboccò le maniche, si ravvivò i capelli e si truccò leggermente gli occhi e pesantemente la bocca; poi indossò una gonna e una camicetta della sorella e dei tacchi a spillo che gli aveva regalato quel porco del padrone. Era deciso a guadagnarsi la vita per sé e per i suoi mettendo a frutto l’esperienza accumulata in tre anni di lavoro. Ma il meccanico lo vide – ché lui era passato di lì apposta per farsi vedere – e gli offrì una settimana triplicata, magari anche quadruplicata, purché restasse a lavorare in officina. Con tutto lo schifo che provava per quella persona grassa, sudata e volgare, gli parve una proposta vantaggiosa e pensò che, in fondo, la sua buona stella gli era venuta ancora una volta in soccorso.
E in fondo, in fondo, in fondo, il buon meccanico volle andare sempre più a fondo nel suo desiderio e tra una ventola e un pistone si sollazzava quotidianamente col bel quindicenne. Lui, intanto, si era fatto furbo e malizioso, e riusciva a carpirgli qualche extra facendo il prezioso, nonostante stesse cominciando a provarci un certo strano gusto.
Così, il porco finì per mantenere gli ultimi tre o quattro fratelli di quella disgraziata famiglia. E le cose cominciarono a girare di nuovo per il verso giusto, grazie a Dio. Anche Gigino, il preferito, il più piccolo, ora, con qualche soldo in tasca, sembrava più tranquillo. Fu perciò una vera tragedia quando lo presero per qualcun altro e l’ammazzarono a un posto di blocco della polizia. Proprio adesso che si era ravveduto e aveva smesso di rubacchiare in giro…
Ancora una disgrazia, mannaggia la morte fottuta e fetente, un nuovo maledetto scherzo del destino; era proprio la famiglia più sfortunata del mondo. Tuttavia, la vita continuava, continuava la vita, e il dolore frammisto a un leggero piacere a ogni quotidiana penetrazione.

Intanto, la sorella più grande si era messa gonna, camicetta e tacchi a spillo e aveva preso la via del marciapiede; la più piccola, invece, bruciava in un nonnulla la sofferta settimana del fratello in decine di grammi d’eroina. Maledetta mala sorte!
Poi un bel giorno che era su di giri e fatta di coca, la piccola desiderò fare all’amore col fratello, vedendolo col sesso eretto sotto gli stretti pantaloni mentre faceva la sua controra quotidiana prima di tornare a lavoro. Gli si adagiò accanto e gli leccò lentamente le labbra, il collo e le orecchie, strofinandogli di tanto in tanto la mano sui pantaloni. Lui cominciò ad ansimare, e ad ogni sospiro spingeva il suo ventre facendo leva sui fianchi fino a incappare nella mano di lei, che ora si trovava un po’ più in alto del suo sesso pronto a scoppiare dagli stretti jeans rossi. La ragazza prese a sussurrargli nelle orecchie frasi d’amore televisivo, tirò ancora un po’ di coca, appoggiò lentamente la testa sul suo ventre e gli morsicò lentamente il sesso da sopra la tela dei pantaloni; poi, tutto di un tratto, tirò giù la cerniera, sbottonò i jeans rossi e cominciò a denudarsi anch’ella ripetendo "sì, sì; sì" a intervalli regolari e con respiro affannoso.
Quando si svegliò non ebbe il tempo di capire che stesse accadendo che già il suo seme cominciava a fuoriuscire dalla bocca di Luisa e ad imbiancarle il viso. Sentì ogni muscolo vibrare. Un fascio di onde provenienti dallo zenit e dal nadir del suo corpo confluivano lungo la curva del suo pene per liberarsi nella bocca di lei impegnata a contenerle. Con il viso ancora imperlato, la sorella lo strinse in un abbraccio nervoso e lo baciò ripetutamente; ed egli rispose languido e fremente ai suoi baci. Continuarono ad amarsi fino a farsi male, mentre lui giurava che non sarebbe più tornato all’officina e lei dagli spacciatori. Ma Luisa non era destinata a mantenere quel giuramento celebrato tra le lenzuola di un amore profondo che non trovò mai più il cammino per ripetersi.

Annunci