On the clouds it never rains, on the clouds it’s always sunny

Come ogni giorno, Angelo il pittore intinse i suoi pennelli nella sua tavolozza che conteneva ogni sfumatura di bianco e di grigio e qualche tenue traccia di giallo e di rosa. Come ogni giorno si trovava al cospetto di un immenso sfondo azzurro da ravvivare, e come ogni giorno si mise sorridente a lavoro. Sempre lo stesso, ma ogni giorno diverso.
Questa volta, aveva deciso di dipingere piccoli sbuffi bianchi cui avrebbe dato corpo aggiungendo lungo i morbidi contorni leggere pennellate di grigio. Ricordava altre nuvole di un giorno bello e splendente come quello di oggi, e sperava che i raggi illuminassero la sua opera come fece allora, prima che giungesse l’annaffiatore a rovinargli il suo capolavoro sotto cascate di acque scroscianti.
Sospeso in aria da forza estranea al mondo degli uomini, cominciò a delineare i contorni del primo batuffolo e, via via, quelli del secondo, del terzo e del quarto. A metà dell’opera si allontanò per vedere l’effetto di insieme e prefigurarsi il finale. Poi abbozzò altri, molti altri sprazzi e, rapsodicamente, in modo sempre più convulso e ispirato, aggiungeva grigi, mischiava le tinte, dava corpo alla sua immaginazione.
Nel bel mezzo dell’opera gli venne da pensare a certi suoi colleghi che avevano cominciato a pitturare a spruzzo usando orribili tinte sintetiche, rulli e compressori, e si disse compiaciuto che con tutte queste moderne diavolerie lui non ci avrebbe mai avuto a che fare, e loro, mai e poi mai, avrebbero potuto raggiungere con quelle assurde scorciatoie il tratto puro delle sue nuvole. Stavano rovinando un’arte millenaria solo per affrettare i tempi, e nella fretta avevano perso la mano e si erano fatti prendere dall’ansia di rinnovare tecniche e paradigmi. Lui invece no, non avrebbe mai cambiato i suoi pennelli di setola e legno per una garrula pistola a spruzzo. Non avrebbe mai e poi mai perso il contatto diretto con la materia: la spinta della mano sullo sfondo ora più resistente ora più morbido e leggero, e i suoi gesti ora lenti ora riflessivi veloci rapidi e guizzanti.

Mentre era immerso in questi pensieri, arrivò Serafino l’annaffiatore tutto preso dal compito di ripulire lo sfondo azzurro, perché fosse pronto per la prossima rifinitura. Il Signore si compiaceva di assistere ogni giorno ad uno spettacolo diverso.
Angelo gli chiese cortesemente di poter terminare il suo lavoro. Serafino si sedette in un angolo e aspettò senza prestare alcuna attenzione all’opera del collega pittore. Ne aveva viste tante di quelle nuvole sempre uguali e sempre diverse da aver perso ogni interesse. Solo la cooperativa dei tintori dell’arcobaleno aveva ridestato qualche volta la sua attenzione.
A lavoro ultimato, Angelo si allontanò senza salutare: restava sempre un po’ indispettito di fronte a tanta indifferenza, e oggi era più irritato del solito, perché quelle nuvole gli erano venute proprio bene e chissà che bell’effetto avrebbero fatto, viste da lontano, illuminate e trafitte dal sole.

Appena si allontanò, Serafino si alzò, prese il suo annaffiatoio e ripulì con grandi scrosci e piccoli schizzi d’acqua le tracce di bianco, grigio e turchese lasciate dal buon Angelo. Come sempre, man mano che Serafino svolgeva il suo compito sorridendo e balzando da un capo all’altro, sulla terra cominciava a piovere e le nuvole sparivano dal cielo come per incantamento.

[Soundtrack:
– Duke Ellington, Under a Turquoise Cloud, 1947
– Domenico Modugno, Cosa sono le nuvole, 1967]
 

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