Cose che (incredibilmente) sfuggono alla nostra attenzione
oppure che non si sa, non si vuole o non si può vedere

Il colore degli occhi del controllore che ti ha fatto sobbalzare il cuore e che la notte, pensandolo tra le lenzuola bagnate, ti sei sentita vuota "come un tunnel tra le sabbia del Sahara".
Le cose che ho mangiato oggi a colazione e a pranzo e quelle che mangerò a cena (ok, lo so, me lo avrai già detto trecento volte, ma proprio non riesco a ricordarlo).
Le ferite sul braccio del bambino che ti pulisce i vetri.
Il modo di toccarsi il naso e cambiare il tono di voce quando parla di lei.
L’odio nello sguardo del tossico a cui avete negato la monetina dopo che lui vi aveva raccontato una lunga storia di treni persi, neonati a casa, e ora-non-mi-buco-più.
Il pelo pubico degli attori maschi dei film porno, che per quanto ti concentri non sai dire se ce l’hanno una qualche ombra di peluria o sono completamente rasi come indecenti bambini (e neanche riusciresti a dirti se ti piacerebbe di più guardare il loro cazzo spuntare come un albero da un cespuglio o vedere ergersi quella colonna dal pavimento di marmo glabro di una piazza di De Chirico.)
I modi bruschi con cui un padre tratta i suoi figli nello scompartimento in cui leggi svogliatamente il giornale.
Una perversa ombra di malvagità nel sorriso del primo ministro del paese in cui vivi.
Un uomo che, brandendo due fiori, sculaccia una donna (o un altro uomo, questo non lo ricordo nemmeno io) nel pannello centrale del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch.
Una giovane donna che porta a spasso il suo cadavere con sfrontata nonchalance.
Il suo sguardo quando tu parli di quell’altro o lui di quell’altra e ogni altra possibile variazione.
La terza traccia del cd che ti ho regalato la seconda volta che ci siamo visti e che già preannunciava il nostro finale.
Un’involontaria citazione da A Love Supreme nell’assolo di sax di quel nostro amico di non ricordo dove.
Le rime e gli anagrammi sparpagliati nella prosa che leggi distrattamente senza soffermarti su nessuna parola e su niente.
Le dimensioni delle sue pene.
L’anello al dito.
Le dimensioni del suo pene (in specie quando è al riposo).
Un fremito nella voce, mentre abbassava lo sguardo.
Una parola che ripete in continuazione e che è un chiaro segno di ciò che vuole da te.
Un uomo che si accascia al suolo mentre tu corri a prendere l’ultimo treno.
Lo strano modo in cui qui passo da lui al lei, dal tu al noi, dall’io a non so che e perché.
La ragione per cui continuate a leggere mentre potreste essere altrove e io, chiaramente, potrei pure continuare all’infinito, ma mi fermo qui perché mi duole un dito e preferirei avere altro da fare.

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