grazialcèlo

Alzò gli occhi verso il cielo in cerca di luce, e si rese conto che da lì non si vedeva, il celo. Troppe case a grattare le nuvole. Riabbassò lentamente lo sguardo e ringraziò, pensando che anche se ora non lo poteva vedere, lo avrebbe ringraziato, quel cielo negato, per tutto il tempo che sarebbe rimasto in vita, e lo avrebbe ringraziato perché nel riabbassare lo sguardo vide lei, e gli sembrò che si fosse trattato di un meraviglioso colpo di fortuna; indubbiamente era stato proprio un colpo di fortuna riabbassare gli occhi proprio nel momento in cui gli si parava di fronte, bellissima, raggiante, più bella anche del celo, e lui avrebbe voluto ringraziarla, e ringraziare ancor più lei piuttosto che sentirsi grato verso gli dei della volta celeste, perché in fondo era stata lei (e non gli dei) a passare di lì, sì, era stata lei, proprio lei in carne ossa e due occhi profondi e bellissimi ad essergli passata accanto proprio in quell’esatto momento e aver ridato luce a quelle mura e orizzonte al suo sguardo; e voleva dirle che prima d’allora non aveva alcun senso la sua vita e forse nemmeno c’era vera vita nei sensi suoi sopiti e illanguiditi da un’esistenza grama e oscura piena di ansie vuoti e paura. Trascinato da questi pensieri, andò incontro al suo destino come attratto da una forza magnetica che lo risucchiava verso l’auto che lei guidava altera e noncurante. Ma lei non lo vide e lo travolse tra le ruote del suo mercedes blu; lei non lo vide, non avrebbe potuto vederlo: stava guardando lo smalto scolorito dell’unghia del mignolo sinistro poggiato sul volante accanto alla leva della freccia, e non si rese nemmeno conto di averlo investito. Così, non sentì nemmeno quell’ultimo rantolo che prolungò la ‘e’ dell’estremo suo grazie.

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