Muito Romântico

trentesimo frammento

Spengo la radio che tengo sempre accesa

perché non voglio stare ad ascoltare i pensieri

che stanno acquattati nei recessi meno accessibili della mia coscienza;

spengo il cellulare,

affinché nessuno venga a interrompere il silenzio in cui mi immergo,

come se qui dentro fosse davvero possibile smettere di sentirti e sentire

(tanto sono sicuro che tu non mi avresti potuto chiamare comunque,

dal momento che non te l’ho nemmeno dato il mio nuovo numero);

tra un po’ spegnerò anche questo pc

e l’illusione di avere mille porte e finestre per affacciarmi sul mondo

(non vedo l’ora di liberarmi dal rumore di questa maledetta ventola

che mi ronza in testa insieme ai rimpianti

e ai miei desideri più neri e più veri);

tolgo la spina alla segreteria

(quella ce l’ho da che sono rientrato in patria

(¡caracoles!),

e non ho ancora imparato a metterla fuori uso

premendo uno dei sui trentatré bottoni

o la giusta combinazione dei tasti

che ne decretano la chiusura

(li fanno sempre più difficili questi apparecchi iperdigitali

e io mi sento ogni giorno meno sapiente e più cretino));

spengo tutte le luci e mi accendo la sigaretta che mi offristi tu

la notte in cui si biforcarono i nostri sentieri

(volevamo fumarla insieme, come l’ultimo desiderio dei condannati,

ma ci accorgemmo che avevamo lasciato nel bar i nostri accendini).

Se potessi, mi spegnerei pure i ricordi che mi si arrovellano in testa, ora,

per lasciare che il buio la faccia da padrone in ogni anfratto della mia memoria

e in ognuno dei quattrocento cantoni della mia coscienza.

Perché lo sanno anche i matti, i cavalli e i gatti randagi come te e me che

certe volte può far male anche evocare i momenti migliori della scorsa vita.

E allora, spente a una a una tutte le luci, fumo solo, solo, como un perro solo,

nel freddo di questa notte che mi cala dentro inesorabile come una vendetta.

Fumo lentamente e vorrei si spegnessero

anche le insegne della strada e i fari delle auto.

Se potessi, farei buio soprattutto sulla nostalgia

che mi corrode e mi svuota dentro

come il guscio di un uovo scivolato

nel vulcano di una torta di farina, torti e zucchero a velo.

[…] Penso in una nuvola di fumo che

avrei ancora molte cose da dirti,

molto amore da dare e da darti,

e continuo a chiedermi

perché ho lasciato che te ne andassi via

come se niente fosse o fosse stato. […]

Perché non sono saltato sull’ultima carrozza del tuo treno in corsa

pronto a tirare il freno e far stridere le ruote sui binari?

Ti avrei sussurrato all’orecchio:

¡Estoy todavía aquí, cielo!“,

mentre tu ti affacciavi dal finestrino

cercando il mio volto e la mano

tra la gente impalata al andén número 3. […]

Perché non ti ho rincorso fino alla fermata successiva

gridando contro il trambusto del treno che non potevi andare via così,

che saremmo rimasti sempre insieme accompagnandoci fino alla vecchiaia

in un discorso senza soluzione che avrebbe tenuto acceso ogni canale?

Perché me ne sono stato lì a vederci finire, senza dire una parola?

Mentre è cenere anche questa sigaretta, ormai, ed il fumo

è avvolto dall’oscurità fosca ed impenetrabile

di una notte senza luce e senza luna.

¡Ojalá potessi fumarmi così

tutta la mia malinconia

e questi ricordi che

non sanno più

andare

via

o

r

m

a

i

.