La bicicletta rossa

Tornò nella casa dove era nato, si mise a letto e trovò lì, intatti, tutti i sogni di quando era bambino. Dopo un attimo di esitazione, scelse quello della bicicletta rossa e non la smise più di girare tra mobili, soffitti e suppellettili.
Dall’ufficio lo chiamavano al cellulare, ma lui non rispondeva, perché a quei tempi non c’era il cellulare, e nemmeno Berlusconi. Cioè, non è che non ci fosse, Berlusconi, ma credo che costruisse solo caserme e palazzi, limitandosi a governare cantieri edili e comitive di pianisti di pianobar e animatori turistici. Forse non ci crederete, ma a quei tempi la televisione aveva solo due canali e, per passare dal secondo al primo o dal primo al secondo, ti dovevi alzare e dovevi schiacciare un bottone che faceva un gran rumore. Lo so, lo so, anche questo vi sembrerà strano, ma quando sull’altro canale cominciava una trasmissione nuova, appariva in basso a sinistra un grande triangolone bianco, e se ci mettevi il dito sopra, non succedeva un bel niente, perché quegli apparecchi non erano sensibili al tatto, e anche grandi e piccini sembravano essere molto meno sensibili ai caroselli, in quei lontanissimi tempi là. Ma forse, a pensarci bene, non è del tutto vero che si era meno sensibili a quella decina di minuti di sarabande e pubblicità; perché io mi ricordo bene che ci ritrovavamo tutti riuniti, alle nove in punto, per sentire di Giò Condor, olandesine volanti e rossi antichi; per quanto poi, siparietti a parte, di pubblicità e propaganda ne girasse molto meno, in quei tristallegri tempi là. Giravano, invece, molte biciclette, e a me pare di rivederne una rossa con cui mi addentravo tra mobili e suppellettili e progettavo sistemi infallibili per far risalire le sue ruote gommate lungo finestre e pareti e gironzolare sulle soffitte e sui tetti. Avevo grandi sogni, ai tempi di quei caroselli, ma il più bello era quello di pedalare giorno e notte col vento in faccia alla luce del sole e della luna.
Va be’, sto divagando: questa è un’altra storia, e anche quella sembrava essere un’altra storia, a pensarci bene.

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Lo so che Carosello faceva alle 8 e 50 e non alle nove in punto come c’è scritto qua sopra. Ma la voce narrante di questo pezzullo si ricordava così e così ha scritto, magari anche per non appesantire ulteriormente quel già lungo e arzigogolato periodo di interruzione pubblicitaria. Questioni di stile. Mica cose da poco…


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