Sull’ultimo PMJ

La XIV edizione del Pomigliano Jazz Festival m’è parsa un po’ sbiadita. Magari ero io che ero stanco e un po’ fuori fase. (Il fruitore influisce sempre sull’opera d’arte, soprattutto quando si tratta di musica. Le note, con tutte le loro innumerevoli combinazioni, risuonano nelle orecchie di chi ascolta in modi ogni volta differenti, e se sei stanco possono anche suonare sorde o perfino irritanti. Senza contare che il miglior jazz – come anche tutte le musiche che non appartengono a una vasta categoria che frettolosamente etichetterei come easy listening – richiede una partecipazione attiva, uno sforzo interpretativo che è esso stesso gesto creativo e che difficilmente può essere compatibile con un ascolto distratto.)

Leena Conquest con il William Parker Chamer Trio (c)(c) Gaetano aitan Veraga 2009
I lettori della prima ora di questo blog, sanno che quello col PMJ è per me un appuntamento fisso della prima e seconda decade di luglio. Tuttavia, in questa edizione, proprio per i motivi di cui sopra, ho assistito solo alle prime tre serate, e due volte su tre sono andato via prima che finissero i primi due concerti dei tre che questo generoso festival offre ogni giorno (opperbacco, che groviglio di numeri e parole in una sola frase di un paragrafo di due periodi!).

Il concerto che m’è piaciuto di più è stato il primo (il più ‘facile’, in qualche modo ;o), quello di Marco Zurzolo che citava ‘Bandiera rossa’, ‘Roma nun fa la stupida Stasera’, ‘Tutu’ e ‘Caravan’, condendo il suo etno-jazz con sonorità latine e africane, echi post-rock e gli immancabili ‘standard napoletani’, dalla ‘Rumba degli scugnizzi’ ai ritmi bandistici che accompagnano le processioni della Madonna dell’Arco.
Enrico Rava, col suo new quintet, mi è apparso più spolverato di quando l’ho ascoltato, un paio di mesi fa, al Salone Margherita di Napoli; bravissimi tutti i musicisti che lo accompagnavano, e soprattutto il versatile et virtuoso Petrella; ma, nel complesso, ho avuto la sensazione di star assistendo a un’operazione un po’ fredda, più cerebrale che viscerale.

Intensa, invece, l’esibizione in trio di Stefano Battaglia che apriva la seconda serata con il suo progetto dedicato a Pier Paolo Pasolini; alla batteria uno strabiliante Roberto Dani, col suo tipico modo di percuotere pelli, piatti e percussioni etniche alternando bacchette, spazzole, mani e soprattutto silenzi ben assestati. Tuttavia, il doppio ECM che presenta le stesse musiche con formazioni allargate lo sento più emozionante, più coinvolgente.
L’operazione “About a Silent Way”, che si ispira al jazz elettrico primigenio di Miles Davis bagnato in sonorità elettroniche contemporanee alla Nils Petter Molvaer, è un altro di quegli eventi che rendono meglio su disco che in versione live.

Tutt’altro discorso per i tre concerti della terza serata: tanto i classici dell’avanguardia William Parker e Anthony Braxton quanto il gruppo brasiliano di samba-jazz Orquestra Imperial danno il meglio di sé proprio dal vivo. Anche perché questa è musica che si esprime anche con una prepotente fisicità.
Ma al terzo giorno dovevo essere proprio io a essere stremato. E ho deciso di disertare il solito incontro con la ONJ (Orchestra Napoletana di Jazz) dell’ultima serata.
Vi lascio solo qualche fotina scattata (ahimé) col telefonino a ricordo di un’esibizione dell’Anthony Braxton Diamond Curtain Wall Trio che è riuscito comunque a tenermi sveglio con una musica nervosa, ironica, complessa e dal forte impatto dinamico.

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