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La mia anima partorisce topi incapaci di morire soli,
mentre io continuo ad andare a capo a cazzo di cane.
 
Io non lo so e neppure lo voglio sapere 
se davvero l'inferno sono gli altri;
quello che sento e vi voglio dire
è che ne ho abbastanza 
di restare tra le pareti rafferme 
di questo paradiso 
in cui mi sono ritratto,
protratto e contratto
come un gatto
sotto a un tetto
o un sordomuto
cieco, anosmico, 
senza tatto,
privo di tutto
e scarso in fantasia.
 
L’unico tratto di vita 
di cui mi pento 
è quello che non ho vissuto
in buona compagnia.
E questo è un fatto.
 
Lo so e tante volte 
me lo sono detto e ridetto
che là fuori spesso
si parla tra sordi 
con le mani legate 
e lo sguardo 
fisso nel vuoto,
eppure
io non voglio 
mai più 
rintanarmi solo
come il faro al molo
ed il pinguino
lontano
dal suolo
ghiacciato
del polo
o dal suo ruolo
di animale in frac.
 
Si dica quel che si dica
e ciò che si vuol si pensi,
per me,
siamo quello che gli altri 
ricord(er)an(n)o di noi
e noi di loro,
anche se canto spesso
fuori dal coro;
perché sono stonato
e canto pure
fuori tempo
per quanto tenti
talvolta di seguirvi
e stare al gioco;
come faccio anche ora,
con scarsa convinzione
e poco o nulla
capacità
di convincimento.
 
Almeno questo sento
in questo momento
andando a capo
a cazzo di cane
e saltando di verso
in verso
come le rane
in quel gioco perverso
che dovevi
poggiarti su una pietra
per attraversare il ruscello;
ma cadevi quasi sempre
nelle acque ristagnanti.
 
E le vite non erano mai più di tre.

 
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