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Il caso di Dora
 
Sulla dorata sponda della Dora Baltea, Dora odora la bora che spira da est e spera che arrivi or ora 
l’uomo che adora, l’uomo di Baltimora, l’uomo che l’esplora e implora ogn’ora, mentre ella più forte si innamora.

Che fa, ora Dora? Odora la flora che sfiora o adora ancora l’uomo della buonora che ora et labora ignaro della bora e della boria imbonitoria di chi parla, sparla e non lavora?

Od odora, ora, od ora non odora, ma adora e ancora si innamora e si innamora ancora, Dora la mora, che è una donna vera che donna rimane da mane a sera, anche se lui non l’adora, ora, come lei adora lui nei giorni chiari e in quelli scuri, nella buona e nella cattiva morte, finché sorte non li separi. 

Io, intanto, cosa speri?, non perisco e non sparisco, ma persisto, persisto coi miei testi spurii e impuri, insisto e resisto sinché non mi spari.

Oppure mi fermo tra quaranta parole (escluso queste), ma non firmo questo maledetto testo maldestro e malmesso, perché me ne vergogno come l’anatroccolo col cigno e il moccolo nello scrigno, che non significano niente, ma mi risuonano in testa come campane a festa in un giorno di funerali.

 
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