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The Last Strike

Quando mi arrivò sulla faccia l’ultimo pugno caddi sull’asfalto caldo del marciapiede. Nel tempo che intercorse tra il mio collo che si piegava, il dolore che si spandeva dalla mascella alle tempie e tutto il corpo che si fletteva all’indietro prima di stendersi al suolo, in quell’attimo pieno di dolore e sangue che mi schizzava dalle labbra, sentii i miei occhiali che scivolavano via dal naso e si frantumavano al suolo. Al risveglio volevo solo andare via di lì e non provai nemmeno a cercarli. Anche perché sapevo che senza occhiali non avrei mai potuto ritrovarli, gli occhiali. 

Era buio e intorno a me non c’era più nessuno. Solo fari e motori. Tutto era sfocato, e in fondo sembrava persino bella, vista così, quello schifo di periferia.
All’improvviso, mi sembrava di essere altrove e avanzavo contromano tra le auto lasciandomi dietro dolori e ricordi. Stavo dimenticando perfino di essere io.
Ma durò poco, troppo poco. La solita puzza di rifiuti imputriditi sparsi per la strada mi riportò alla realtà della mia vita e al dolore intenso di quel pugno sul muso.
Cominciai a correre come un pazzo verso un camion pieno di luci e colori. Le auto mi schivavano. Io avanzavo sulla linea di mezzeria.
Prima o poi ci sarebbe stato un brusco sorpasso.
 

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