(a Sylvia)

Gli alberi in fila
Corrono contromano,
Io mi lascio
Trasportare
Da una nenia
Che sembra venire
Dalla pancia della terra,
Ma è il frastuono
Dell’ultimo treno.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando ti chiudevi
Da sola in cucina?

Le lenzuola lavate
Sventolano al sole.
Una nuvola distilla uno specchio
Che riflette la sua
Lenta cancellazione
Per mano del vento.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando ti alzavi
Dalla sedia disfatta?

Persone o stelle
Mi guardano con tristezza,
Le deludo.
Il treno lascia una linea di vapore.

Dov’ero,
Dove sono,
Quando chiudevi
L’ultima pagina del tuo calvario?

Alte sopra il mio corpo vanno le nuvole,
Alte, gelidamente e un po’ piatte,
Come se fluttuassero su un vetro invisibile.

Io non posso disfarmene
Né posso disfarmi di me,
E il treno sta sbuffando;
Sbuffando, sfiatando
E digrignando i suoi denti
Pronti ad arrotarci
Come quelli di un diavolo.

Manca un minuto alla fine
Un minuto, la caduta di un goccia.

Il treno si trascina, sta urlando,
Animale
Smanioso della sua destinazione,
Macchia di sangue
Sulla rotaia,
Da cui tu sali
Nel nero carro di Lete,
Pura come un’infante.

Il motore sta ingoiando i binari,
I binari sono d’argento
Si allungano nella distanza;
Ma saranno ugualmente inghiottiti.
La loro è una fuga inutile,
Come un treno che ti porta via
Tra i disperati della deportazione.

Per te non ero un Dio, ma una svastica
Così nera che nessun cielo poteva irromperci.
Ogni donna, dicevi, adora un fascista,
Lo stivale sulla faccia,
il brutale cuore brutale di un bruto
A me uguale.

Le api volano. Risentono il sapore della primavera.
In alto passano nuvole fredde.
La morte si apre,
Come un albero nero, neramente.

Perversità in cucina!
Sibila il bollitore.
Intorno c’è un fetore di grasso e cacca di infante,
Tu sei drogata e intontita dall’ultimo sedativo.
Fumo di pentole, fumo di inferno.

La perfezione è terribile, non può avere figli.

Oh Dio, tu non eri come me,
Nel tuo nero di vuoto
Pieno zeppo di stelle,
Stupidi filamenti di luce.

L’eternità ti annoiava,
Non l’avevi mai voluta.
Quello che amavi
Era il pistone in movimento
E gli zoccoli dei cavalli
Con il loro spietato tormento.

Ma tu, grande Stasi,
Cosa ci trovi di grande
Nello spazio circoscritto e solitario
Di questa minuscola camera a gas?

Il cuore si chiude,
Il mare cala,
Gli specchi sono velati.
Non esiste stazione finale, solo valigie.

Niente di cui rattristarsi ha la luna,
A certe cose è ormai abituata.

Tu non volevi fiori, volevi solamente
Giacere a palme riverse ed essere tutta vuota.

Io sono verticale,
Ma preferirei essere orizzontale
E sarò utile il giorno che ti resterò accanto sdraiato:

Allora gli alberi potranno accarezzarti, una buona volta,
E i fiori avranno tempo anche per noi, anche per te(d).

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