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Nei giorni in cui Stefania stava per arrivare su questa terra e tra queste braccia ho cominciato a scrivere un romanzetto per ragazzi, con l’idea che appena avesse imparato a leggere storie un po’ più lunghe di un paio di paginette, glielo avrei regalato come una cosa sua; magari anche come una favola da leggersi da sola, immaginando di sentire ancora la mia voce a conciliarle il sonno e risvegliarle interessi.
Per ora ho scritto solo cinque o sei capitoli, meno di dieci pagine. Assorbito da altri impegni ed altre urgenze, ho trascurato gli episodi della Strega Puzzona; ma man mano che la vedo crescere, mi torna il desiderio di ricominciare.
Vi posto qui un’anteprima; con l’intento di sapere se credete che valga la pena andare avanti.
Per favore, siate spietati, siate sinceri.

L’incantesimo della Strega Puzzona

I

Cuccettina aveva otto anni, otto cugini e ottomila capricci che le passavano per la testa.
Quel giorno scese da sola in strada, Cuccettina, senza dire niente a nessuno, e prese il primo pullman che le passò davanti.
L’autobus era molto affollato. Meno male che alla terza fermata si liberò un posto sui sedili di fondo e la nostra Cuccettina riuscì a sedersi correndo come una furia, senza fregarsene di tutta quella gente che sembrava essere lì in piedi da ore, forse perfino da giorni, da mesi. C’è da dire che normalmente non era tanto avventata, Cuccettina, ma questa volta la paura di restare tanto tempo impalata in quella calca la fece correre così forte che non si rese nemmeno conto di aver pestato il piede a una vecchina; e c’è da dire anche che la vecchina stava pure lei adocchiando quell’unico posto libero per riposare un po’ da un suo lungo viaggio in mondi lontani, molto più lontani di quanto voi possiate immaginare.

Quella vecchina, infatti, non era una vecchina qualsiasi. Quella vecchina era nientedimeno che la Strega Puzzona, stanca di cavalcare la sua scopa volante.
In verità, le scope volanti sono un mezzo di locomozione rapido, ma piuttosto scomodo. Anche se non trovi il traffico delle ore di punta, devi comunque sforzarti tutto il tempo per mantenerti in equilibrio.
Così, proprio quel mattino, la Strega Puzzona aveva deciso di far sparire per un po’ la sua magica scopa e prendersi un pullman per far riposare le gambe e il culo. E proprio quel mattino, giusto mentre stava per raggiungere l’unico posto libero del pullman, Cuccettina le aveva pestato il piede, e lei si era arrabbiata, si era molto arrabbiata, tanto da decidere lì per lì di dare una bella punizione a quella bimbetta frettolosa.

Al principio, pensò di trasformarla in una rana o in un coniglio, ma poi immaginò che una trasformazione tanto clamorosa e repentina avrebbe creato troppo scompiglio tra la gente del pullman. Non voleva dare nell’occhio, la Strega Puzzona, perché sapeva che in paese non erano molto ben viste le streghe e gli stregoni. Così decise di punire Cuccettina nostra con un incantesimo meno vistoso.

 

II

Cuccettina cominciò a sentire uno strano prurito alle mani. Provò a grattarsele, ma le dita erano come immobilizzate. Il pollice, soprattutto, sembrava essere incollato all’indice e tutte le dita parevano essere diventate più corte e meno mobili. Impaurita scese di corsa dal pullman. La Strega Puzzona se ne approfittò e si sedette al suo posto ridendo perfida, mentre la gente le si scostava. Non per niente la chiamavano “puzzona”, a quella brutta strega cattiva.

Cuccettina ora piangeva e si guardava le mani che ormai non erano più le sue mani. Il palmo si era molto allungato; le dita, pressoché dimezzate, partivano tutte dalla stessa linea ed erano diventate molto simili in lunghezza; il pollice, però, era ancora più grassoccio di prima. Oddio, le erano diventate come i piedi, le sue belle manine. Quella puzzona della strega, ormai lo avrete bello e capito, le aveva fatto diventare le mani come i piedi e i piedi come le mani, uguali ai piedi… Va be’, mi sto ingarbugliando come un paio di matasse di fili elettrici, ma sono certo che voi avete afferrato il senso di quel malefico incantesimo puzzolone e stregoso.

La povera Cuccettina cercò di prendere un fazzoletto dalla tasca per asciugarsi le lacrime che scendevano come da una fontana rotta; ma quei ditoni, hai voglia di sforzarti, non c’entravano nelle tasche dei suoi pantaloni, e poi, muovendosi con molta difficoltà, non riuscivano a piegarsi come prima.
I piedi sono buoni a camminare e a dare calci, ma non le sanno prendere mica bene come le mani, le cose.

Tutto d’un tratto, nella testolina della povera Cuccettina passarono in rassegna come un trailer in tivvù decine di movimenti che non poteva più fare con quei piedoni al posto delle mani: togliersi di dosso e rimettersi vestiti, afferrare una forchetta o un cucchiaio, tagliarsi il pane, portare un bicchiere alla bocca (dio mio, che fame e che sete che le stava venendo!), accarezzare il gatto, disegnare e scrivere…, perfino di scrivere cominciò a provare nostalgia, lei che si annoiava sempre tanto, quando doveva fare i suoi compitini. Ma ora le sembrava una tragedia anche non poter più prendere una penna in mano o digitare lettere e numeri sulla tastiera del computer. E poi non avrebbe potuto dare più la mano per salutare né sarebbe stata più capace di mettersi un anello o indossare quel suo bel paio di guanti rossi e grossi che le aveva regalato la nonna Rosina.

Accidenti, ma come era potuta succedere una cosa così? Che razza di malattia era mai quella?
Cuccettina non aveva mai sentito nessuno che, all’improvviso, si fosse trovato le mani come i piedi; e scommetto che neanche voi che la sapete lunga avete mai visto una cosa del genere; anche se voi lo avete sentito chi aveva combinato quel pasticcio, mentre la povera Cuccettina si trovava a dimenare i suoi piedi disperata senza capire cosa le fosse successo e di chi fosse la responsabilità di quel pastrocchio che le aveva fatto diventare le mani come i piedi e i piedi… va be’, già sapete…

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