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E qui finisce l’anteprima della storia di Cucettina e Sicomoro. Il resto… è tutto da inventare.

– V –

Camminarono un bel po’ Cuccettina e Sicomoro.
Attraversarono tutto il centro del paese, Sicomoro e Cuccettina, e quando arrivarono nei pressi della villa comunale s’era già fatta ora di mangiare.

– Hai fame? – chiese Sicomoro.
Lei fece cenno di sì con la testa.
– Abbiamo camminato tanto che, sì, m’è venuto un certo appetito.
– Va bene, aspettami qui, Cuccetta.
E la fece accomodare su una panchina sotto un enorme e profumatissimo tiglio, di quelli che a me danno anche un po’ fastidio, tanto sono odorosi, ma a Cuccettina Cuccetta piacque tanto quell’odore di primavera che per un momento si sentì anche felice.
Dopo un po’, però, cominciò a preoccuparsi, Cuccetta Cuccettina. Si sentì sola e abbandonata e non faceva che strusciarsi i piedi di sotto l’uno sull’altro e battere tra loro i piedi di sopra nervosamente.

Ora che Sicomoro non era più accanto a lei, tutto le sembrava estraneo ed ostile, anche perché Cuccettina c’era stata sì e no due o tre volte in quella parte del paese. Ricordava, infatti, di essere venuta in villa con suo padre e con sua madre…
Oddio, mamma e papà… tutto d’un tratto fu assalita da un forte senso di nostalgia e si sentì ancora più sola e sconsolata.

Ma dove cavolo era andato a finire Sicomoro? Perché l’aveva lasciata sola sola su quella panchina ed era sparito?

In realtà, erano trascorsi solo dieci o quindici minuti, ma a Cuccettina sembrò un’eternità.
(Fa così il tempo, ché dieci minuti possono passare in un’ora, un’ora in dieci minuti e un solo minuto può non passare mai. Ma questo lo sapete anche voi se comparate le ore di gioia alle ore di noia o a quelle di naia.)

– VI –

Sia come sia, il bello della storia è che, quando lo vide arrivare, tutti quei brutti pensieri si dissolsero nell’aria e la nostra Cuccettina tornò a sorridere come se niente fosse o fosse stato. In mezzo a quel sorriso, dimenticò di nuovo i suoi genitori e quelle maledette mani piedose, Cuccetta Cuccettina.

Sicomoro, dal canto suo, trascinava un carrello di legno traballante stracolmo di cose da mangiare. Cuccettina voleva chiedergli dove diavolo aveva preso tutto quel bendidio, ma lui cominciò a spacchettare e la travolse col suo entusiasmo come un imbonitore in fiera, senza lasciarle il tempo di pensare ad altro che a quelle leccornie tutte colorate e profumate.
C’erano fragole, ciliegie, patate fritte, panini farciti, barrette di cioccolata bianca e nera, barattolini di nutella e marmellata, uva a volontà, cornetti di ogni tipo e dimensione, pop corn e pistacchi, biscotti, salatini, bibite colorate e pizze, tante pizze di tanti gusti e tipi differenti che il problema più grande era da dove cominciare.

Cuccettina, dopo aver fatto per un po’ il pari e il dispari, si lanciò sui pistacchi e le patate fritte, poi passò alle fragole e alla cioccolata bianca e da lì si precipitò su una pizza capricciosa. Era bello mangiare senza un ordine preciso, mischiando a volontà dolce e salato. L’unico problema è che, non avendo a disposizione le sue belle dita degli arti superiori, Sicomoro la doveva imbeccare come si fa coi neonati e coi bambini piccini piccini. Ma questo non le dava granché fastidio, visto che le mani di Sicomoro erano belle e i suoi gesti delicati e pazienti.
Intanto, con la sua sinistra, Sicomoro dagli occhi belli sgranocchiava una pannocchia di mais abbrustolito che aveva tirato fuori da una tasca del giubbotto. Il tutto, senza mai toglierle lo sguardo di dosso. Poi, d’un tratto, gettò via la pannocchia già tutta sgranocchiata e disse:
– Ti va di raccontarmi un po’ di te, dirmi che ti è successo stamattina? Perché io lo so che ti è successo qualcosa, stamattina…

A Cuccettina bastò guardalo negli occhi per capire che di lui si poteva fidare, ma non sapeva cosa dire. Per lei quello che le era successo al mattino e anche quello che le stava succedendo ora era tutto un mistero.

– VII –

– Sicomoro caro, io non so che dirti. Io sono solo una bambina di otto anni che stamattina è salita su un pullman senza dire niente a mamma e a papà. E quando sono scesa, non avevo più le mie mani. Prima ce le avevo, ce le avevo, ed erano belle…

Scoppiò a piangere, Cuccettina, a questo punto della storia, e Sicomoro le asciugò le lacrime ad una ad una.
– Dimmi, Cuccetta, hai notato qualche persona strana sul pullman? Oppure hai fatto tu qualcosa? Offeso qualcuno…, pestato un piede…, fissato a lungo negli occhi qualche ometto che era lì con te?
– Non lo so… non so che dirti. C’era tanta gente e un puzzo terribile…

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