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Incontri belli e intensi ieri alla Notte del lavoro narrato organizzata da Mariangela (formerly known as GattiPazzi) all’IN FORM OF ART di Napoli e intervallata da canti di lavoro e passione eseguiti da Francesca Cacciatore.

Tra tante emozioni e condivisioni, tre cose sono emerse con più forza: l’amore per il proprio e l’altrui fare; una sacrosanta follia che spinge donne e uomini apparentemente comuni a realizzare imprese ritenute impossibili e la centralità dell’exemplorum vis, la forza degli esempi.

In realtà, ascoltando le narrazioni di tante persone interessanti e necessarie, mi sono soffermato a pensare anche un’altra cosa: nelle vite esemplari che sono state raccontate nel corso della lunga serata tornavano in modo ricorrente le figure del padre e della madre, il che ci rende ancora più responsabili verso le nuove generazioni.
(Considerazione al volo, perché la mia piccola vuole giocare.)

Questo, comunque, somiglia molto al testo che ho letto ieri (piuttosto malamente, anche per le luci troppo soffuse :o) insieme con Pkuu (che, invece, ha letto in modo chiaro e appropriato). L’ho scritto a quattro mani con Borges (anche se lui non lo sa)  e vuole essere una memoria dei tanti parenti e amici che ho avuto come esempio e modello di dedizione al lavoro e di profondo amore per il fare.


 

Dei bene-fattori di famiglia e zone limitrofe

Un hombre que cultiva un jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silencioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
Un tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El que justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.

“Los Justos”, pubblicato nel 1981 da Jorge Luis Borges

Mio nonno che lo fecero laureare in legge, ma lui disprezzava i legulei e si laureò da capo, in medicina; e a 40 anni e 9 figli cominciò a lavorare come medico condotto.

Il nonno, il nonno che girava il paese con la sua vespa blu e mangiava fagioli nei tuguri dei suoi pazienti più indigenti.

Mio padre, mio padre che cambiò mille mestieri e alla fine si mise a fare l’impiegato, portandosi il lavoro a casa, per non fare straordinari e togliere agli altri il lavoro che faceva lui.

Suo padre, suo padre che nel tempo che gli restava aggiustava penne di ogni tipo e le riponeva nella sua vetrina, come fossero gioielli o porcellane da conservare.

Mio padre, mio padre, mio padre che quando andò in pensione si mise a coltivare l’orto, ma non fece in tempo a vedere rossi i pomodori e le zucchine in fiore.

E sua madre, sua madre sempre impegnata tra lavori di casa e bambini. Quante zie, quante cugine, debbono al tempo che lei dedicava ai loro figli la possibilità di essere donne in carriera in un paese con pochi soldi e meno asili.

[Alll’unisono]
Anche questi sono i giusti, i giusti che salvano in silenzio il Paese.

Lo zio, che da maestro si faceva chiamare dagli alunni per nome e da direttore aggiustava impianti elettrici e computer e pensavano fosse un bidello o un tecnico passato di lì per caso.

E quell’altro che ha dedicato migliaia di giorni della sua vita alla metrica barbara e a tradurre col ritmo giusto le imprese di Enea e il meraviglioso IV libro di Didone.

L’amico, che ha costruito uno stadio pensile su un centro commerciale di Malta, perché non sia mai che un cliente pensi che ci sia cosa che non si possa o non si voglia fare.

[Alll’unisono]
Questi, anche questi sono i giusti che salvano silenziosamente l’Europa e il Paese.

La mia bisnonna proprietaria di una ditta canapiera e da tutti temuta, perché anche quando non c’era indovinava chi aveva e chi non aveva lavorato. Che ne sapevano che c’era il bisnonno, disertore di tutte le guerre, che faceva la spia nascosto da dietro ai covoni.

L’amica che in una terra offesa, spolpata e desolata spinge le nuove generazioni a fare impresa e l’amico che portava in tournée per i teatri del mondo una compagnia di attori handicappati e marginali (allora si diceva ancora così).

Il cittadino che si affanna a spegnere i fuochi di questa terra deturpata e il contadino che coltiva l’insalata a pochi metri dai roghi.

I compagni che si impegnano a dare spirito di comunità a un immenso parco di periferia.

Mio fratello che con mani sapienti aggiusta ogni cosa e l’amico che non sta un attimo fermo e trova ogni momento un nuovo oggetto da reinventare.

Il professore che motiva gli alunni a cambiare il mondo che si deve cambiare e il musicista che cerca da vent’anni il suono migliore per far sentire la sua gioia e il suo dolore.

Il barista che sa cosa voglio bere prima ancora che io chieda a me stesso che pausa mi voglio dare e il panettiere che impasta il pane che non mi stanco mai di mangiare.

Questi, anche questi ed altri, molti altri – operai, scrittori, artigiani, coltivatori e dottori – sono i giusti che salvano e mandano avanti in silenzio il mondo.

E l’elenco potrebbe continuare per ore ed ore, perché se gira il mondo è perché siamo in tanti a farlo girare col nostro fare e le nostre parole.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
La lettrice che recita questa pagina che forse non le piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci siano Borges e Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, lo stanno già salvando, il mondo.


Aggiunta del 2 maggio, dopo aver riletto questo stesso testo con mia cognata Pina all’ex Sasa di Frattamaggiore di fronte a un pubblico più vasto.

Questi giorni sono stati pieni di incontri belli e interessanti. Qualche volta mi sono sentito anche piccolo piccolo di fronte a donne e uomini dalla personalità gigantesca (spesso portata a spasso in fisici esili e minuti). Ma questo mio sentirmi piccolo piccolo lo trovo sempre vivificante. Si cresce salendo piano piano sulle spalle di giganti, non schiacciando quelli che sono alla nostra altezza per sentirci più grandi e grossi.

Porque eu sou do tamanho do que vejo
E não do tamanho da minha altura...
da “Guardador de Rebanhos
di Alberto Caerio
(uno degli eteronimi di Fernando Pessoa)

 

 

 

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