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Cavolo,

e dico cavolo perché non vorrei
cominciare con un’imprecazione volgare,
di quelle che poi ti accusano di usarle per infarcire
le tue poesie con termini giovanilistici che fanno tendenza,

Cavolo,
cavolo, dicevo,
ma ¿non è che più dei gabbiani
che svolazzano tra le righe con insistiti a capo
di chi si affanna e si strugge per sembrare che abbia del poeta
quello che non volle dargli il cielo (come si pregiava di dire
il sommo narratore monco)
più dei gabbiani,
più dei gabbiani, dicevo,
non è che siano proprio coloro che
si muovono tra uccelli dai nomi meno usati, i laureati,
non è che siano proprio loro, dicevo, i detentori dei luoghi comuni
più triti e logorati; non è, insomma, che, più dei gabbiani, la fuga dai gabbiani
stia segnando la poesia del primo secolo del terzo millennio dalla nascita del Cristo Redentore?

Va be’, ho provato invano a far innalzare dai miei versi
pennuti carichi di energia e tensione emotiva.
Ma è inutile;
forse hanno davvero ragione i poeti laureati
cui ballano per la testa volatili
dai nomi meno usati,
e non usurati gabbiani
e cavoli che mascherano
e blandiscono imprecazioni
da scaricatore
per diporto
quale io
sono
e fui.

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