Oggi pomeriggio mi sono preso finalmente un po’ di tempo per ascoltare “Qualcosa a che fare con la domenica”, il nuovo cd di Francesco Di Giuseppe: 25 brani, 25 colonne sonore in cerca di immagini da accompagnare, 25 composizioni che disegnano nella mente dell’ascoltatore altrettante scene di film da realizzare.

cover III cd di fdg

Il primo brano, “Accompagnamento di un finale struggente”, rende tutto lo struggimento descritto nel titolo. La stessa atmosfera la ritroviamo nella traccia 6 (“Oltre la boa”) e nella traccia 12 (“Asfalto”). Il pianoforte funziona alla perfezione per rendere certi stati di animo malinconici e nostalgici che sono da sempre nelle corde di Francesco (questo “Accompagnamento di un finale struggente”, in particolare, lo avevamo già ascoltato nel suo secondo album, ma lì era arrangiato per chitarra classica, chitarra elettrica e violoncello).
“Una donna alla specchio” (traccia 2) è un brano per sola chitarra che gioca sapientemente con sincopi e pause.
La terza e la nona traccia (“Il gioco delle tre campanelle” e “I gatti di Trastevere”) sono due divertimenti che sfruttano le qualità timbriche ed evocative del fagotto e del trombone, suonati, rispettivamente, da Giuseppe Brancaccio e Stefano Centini.
Molto bello l’intreccio di chitarra e violoncello del quarto tema (“Buona fortuna”) e l’arrangiamento del quinto (“Il lungo addio”); ma in entrambi i casi non mi piace il fatto che i brani chiudano ex abrupto. Salvo rare eccezioni, sono poco favorevole alle interruzioni improvvise. Allo stesso modo trovo poco gradevole la chiusura sfumata del settimo brano (“Dopo tutto quello che mi hai fatto, hai ancora il coraggio di chiedermi scusa?”) che ci lascia con la curiosità di sapere come va a finire quell’intreccio di voci strumentali che si era intavolato tra tastiera, violoncello e chitarra elettrica.
“Gli amanti clandestini del Castel dell’Ovo” (traccia 8) ci riporta alle atmosfere struggenti e malinconiche dell’apertura del CD. Qui al piano si unisce il violoncello di Angelo Maria Santisi. La composizione è una delle più belle dell’album insieme con “La lunga gonna bianca” (traccia 11 per chitarra, violoncello e clarinetto) e “Lungo il fiume” (traccia 14 per chitarra e flauto, meravigliosamente suonato da Elisa Boschi). Tre chicche che da sole valgono l’acquisto del terzo cd di Francesco Di Giuseppe.
“Vacanze all’italiana” (traccia 10) è un brano fresco e ironico suonato alla chitarra elettrica con accompagnamento di piccole percussioni ed altri strumenti a corde pizzicate.
La tredicesima e la quindicesima traccia (“Anche se mi odi, io ti amo e ti amerò sempre” e “Guarda dove metti i piedi”) sono due gradevoli componimenti che immagino che Francesco si sia suonato tutto da solo intrecciando vari strumenti a plettro, melodica e percussioni.
Così come da solo avrà suonato alle chitarre la traccia 16 (“Il viaggio di una formica”), il più morriconiano dei temi dell’album, una composizione che piacerebbe molto anche a John Zorn e a Marc Ribot.
Il brano successivo (“Vertigine”, traccia 17) è una suite pianistica in cui si intrecciano gli arpeggi suadenti tessuti dalla mano destra con le linee di basso fosche e cariche di suspense percosse dalla sinistra (qui, come in tutto il disco, la pianista Annie Corrado fa un ottimo lavoro, sfruttando tutte le potenzialità dinamiche dello strumento).
“L’emigrante” (traccia 18) è un delicato valzer musette à la Yann Tiersen (anche se le corde suonano un tipico trillato da mandolino napoletano).
Subito dopo, arriva “Espresso notte” (traccia 19), una composizione complessa che ricorda certi viaggi sonori di Egberto Gismonti.
“L’aeroplanino rosso” (traccia 20) mostra un sapiente uso della tavolozza di colori offerti dai vari strumenti della famiglia degli strumenti a corde pizzicate (Francesco suona in questo album chitarra classica, chitarra elettrica, guitalele e ukulele; oltre a tastiere, melodica e percussioni).
Il ventunesimo (“Nel mezzo… divago”) è il pezzo più rock dell’album. Un altro dei miei temi preferiti che vedrei benissimo in un film di Quentin Tarantino o di Robert Rodríguez.
Con “Chiaro/Scuro” (traccia 22) torniamo al pianoforte: come nella traccia 17, la mano sinistra fa la parte dello scuro e la sinistra, con un’agile melodia, si preoccupa di rendere la chiarezza. L’intreccio delle due voci è gradevole, eppure siamo al limite della dissonanza.
La traccia 23 (“Suite per matrimonio”) è un divertente ballo con un curioso arrangiamento per tre melodiche, che, a loro volta, sembrano imitare il suono di una fisarmonica o di un organetto.
Gli ultimi due brani dell’album (“Les Corts – Clot” e “Qualcosa a che fare con la domenica”) sono due preziosi componimenti in cui Francesco torna al suo strumento principe: la chitarra classica solista.

Oltre ai musicisti già citati, accompagnano Francesco in questa bella avventura Valeria Manai all’oboe e Claudio Cavallaro al clarinetto.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, mo’ ve lo dovete assolutamente sentire questo bel disco.
Potete trovarlo qui.

Vale sicuramente molto più di ogni centesimo speso e vi offre l’occasione di girarvi in testa decine di film di accompagnamento alla buona musica che ascolterete.

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