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Piove, piove a catinelle, piove a dirotto, grandina, diluvia, e le nostre città sembrano sempre più inadeguate a fronteggiare ogni tipo di fenomeno naturale. Continui disastri, emergenze senza fine, e subito tutti a parlare di bombe d’acqua e catastrofi ambientali, come se mai avesse piovuto prima. Non lo so, mi sembra tutto un brainstorming di sciocchezze ripetute a raffica. Ma i fiumi straripati, le case e le vite distrutte sono lì a far pensare che non si tratti solo di un problema di percezione pubblica; forse le precipitazioni stanno veramente aumentando rispetto ai secoli scorsi e ci stiamo lentamente tropicalizzando.

Io, però, resto della convinzione che si tratti di problemi antropici, più che metereologici. Si costruisce troppo e in modo dissennato. La popolazione sul territorio è mal distribuita. Si pianifica poco o niente. Ci si preoccupa degli interessi immediati e si distrugge ogni possibilità di sviluppo futuro.
La natura va assecondata, non combattuta. Non si può andare oltre il limite di sopportazione delle terre e dei fiumi. C’è bisogno di terreno che assorba la pioggia e la trasformi in vita. E invece non facciamo altro che continuare a costruire, a mettere cemento su cemento, togliendo spazio agli alberi ed ai corsi d’acqua, provocando nuove deforestazioni in periferia e aumentando la produzione di anidride carbonica, metano e gas di scarico in città già sovraffollate. Tutto questo, a sua volta, contribuisce al surriscaldamento del pianeta: la probabile causa dello scioglimento dei ghiacciai, degli sconvolgimenti delle correnti marine, dell’estinzione o dell’aumento sconsiderato di animali e piante, della desertificazione del terreno e, per l’appunto, della tropicalizzazione del Mediterraneo. Un maledetto cane che si morde la coda.
Siamo in tanti, in un pianeta piccolo piccolo, e siamo mal distribuiti. Per sovrannumero, si allargano sempre di più, a livello globale, comportamenti puntati sulle leggi della crescita economica, piuttosto che sul buon senso e sulle irragionevoli ragioni della natura.

Mutatis mutandis, considero un problema di cattiva distribuzione degli insediamenti umani anche quello dell’immigrazione. Non si possono mettere migliaia di immigrati in quartieri ghetto che presentano già enormi problemi sociali e pretendere che tutto fili liscio. L’immigrazione può essere linfa vitale per questo paese, ma va distribuita in modo razionale sul territorio e non dirottata e irreggimentata in zone periferiche delle metropoli. Paradossalmente, avere frontiere aperte e lasciare che le masse umane di immigrati si distribuiscano liberamente sul territorio, potrebbe fare meno danni di questa politica che li costringe a nascondersi tra la folla delle metropoli e a rinchiudersi in ghetti fatiscenti.
Non c’è niente da fare, anzi ci sarebbe da fare moltissimo. Ma la nostra operatività si limita al lamento. Come sto facendo anche io, ora, qui.

Siamo causa del nostro danno e malediciamo il cielo, il mare, la pioggia, le masse umane e i fiumi, dimenticando che siamo noi quelli che continuano a sputare in cielo e a lamentarci della saliva che ci ricade in testa.

 

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