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“Dai 17 ai 20 anni pensavo che nella vita avrei scritto romanzi. Dopo ho preferito viverli…”

Potrebbe essere un aforisma del cazzo, uno di quelli firmati dai tanti pseudo-bukowski che affollano la rete, oppure l’incipit di un racconto, di un’opera di finzione, di un’autobiografia più o meno romanzata…, l’inizio di uno di quei fottuti romanzi che pensavo che avrei scritto quando avevo 17-20 anni.

Ma quello che state leggendo non è niente di tutto questo. Quello che state leggendo è solo un post di un blog di periferia che finisce già qui, senza nulla a pretendere né niente apportare al mondo delle lettere o a quello dei network sociali che fanno rimbalzare frasette da schermo a schermo per gente distratta pronta a condividere le architetture di parole che meglio suonano ai loro orecchi poco avvezzi ai flussi di parole; gente distratta abituata solo a cliccare un rapido Mi piace con buona pace dello scrittore che versò lacrime di lettere e rivoli di finto sangue fatto della stessa sostanza delle lettere e delle parole. Un sangue finto che ora mi macchia le dita e la tastiera e minaccia di riempirmi la stanza e la gola fino a farmi affogare in un mare di parole, se non fermo qui questo flusso sconsiderato che non porta a nient’altro che al punto che interrompe il mio vomitio e la vostra lettura. E dopo il punto presento già un sospiro che dalle viscere attraversa la bocca ed esprime il senso di sollievo che viene dal fatto di non trovarsi più davanti al vuoto di altre parole parole parole che per fortuna non si prolungano nei tempi e negli spazi d’un romanzo, ma formano solo un testo che sembra un altro pretesto per non parlare della crisi in cui fui messo e mi misi. E arriva, così, il punto in cui davvero rifletto e mi fermo lasciando anche voi liberi di occuparvi d’altro.