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I docenti italiani si sono svegliati e mobilitati.
E’ un bene.
Ma non dimentichiamo che la scuola così come è va cambiata. Radicalmente.

La nostra è una scuola del XIX secolo in cui insegnanti del XX secolo si affannano a formare le nuove generazioni del XXI secolo usando metodi che risalgono al 1700.
Sembra un gioco di parole, ma è la realtà in cui vivono ogni giorno circa 8 milioni di alunni e poco meno di un milione di lavoratori della conoscenza. Eppure, quando si parla di pubblica istruzione sembra che ci si preoccupi di tutt’altro.

Ma voi vi affidereste a un dentista che vi ospita in uno studio ottocentesco, su una sedia di legno tarlata, con attrezzi antiquati e sanguisughe per tirarvi il sangue dalle vene? Fareste nascere vostro figlio in casa tirato su col forcipe? Vi fidereste di un ingegnere che non sa cosa sia un calcolatore e non ha mai sentito parlare di fotovoltaico o sistemi antisismici? Li lavereste i vostri panni con la cenere?
Ecco la scuola italiana del terzo millennio fa questo, opera in ambienti antiquati, con banchi che qualche volta hanno ancora il buco per il calamaio, sedioline traballanti, lavagne in ardesia e insegnanti che entrano in classe senza una formazione specifica e ripetono ad libitum i metodi e i sistemi di insegnamento e valutazione che hanno visto usare dai loro vecchi professori, i quali li avevano visti usare dai loro vecchi professori, i quali li avevano visti usare dai loro professori, i quali…

Insomma, io non ho dubbi che la scuola vada riformata, ma i rimedi che propone Renzi mi sembrano peggiori del male. Il DDL di cui tanto si discute mi sembra piuttosto una controriforma che aggiunge autoritarismo senza che nulla faccia guadagnare in autorevolezza.

Quello di insegnante è un mestiere cruciale, ma in Italia, da un momento all’altro, ti buttano in una classe e ti mettono di fronte a una trentina di alunni da formare. In alcuni neodocenti si sviluppa una profonda paura, la paura di non essere all’altezza, una paura che in tanti si portano addosso in ogni ora della loro carriera di insegnante. E qualcuno si difende da questa paura vestendosi di autorità e frapponendo un muro che non ammette discussioni tra sé e il mondo degli alunni e dei genitori. Gli alunni che non si adeguano al metodo sono severamente puniti ricorrendo ad ammonizioni che ricalcano un sistema coercitivo emesso il secolo scorso per regio decreto e, dopo continue recidive, vengono bollati a vita come inadatti alla scuola; anche quando non abbiano ancora raggiunto l’età del cosiddetto obbligo.

Senza contare che insegnati di questa tipologia (che temo siano davvero tanti), inseriti in un ambiente fortemente gerarchizzato, con un preside dotato di superpoteri, potrebbero diventare ancor più autoritari e “respingenti”, per la vecchia legge secondo la quale il superiore rimprovera l’inferiore, l’inferiore schiaccia il suo sottoposto, il sottoposto si arrabbia con la moglie, la moglie urla al figlio e il figlio picchia il cane.
Inoltre, mi sembra forte il rischio che in questa scuola militarizzata e trasformata in vecchia azienda assisteremo anche a continui fenomeni di nonnismo (che avremo la grazia di chiamare, più modernamente, mobbing).

La controriforma renziana, poi, si annuncia come meritocratica, ma rischia solo di creare un ambiente molto competitivo in cui, affidando la valutazione in via prioritaria al preside, si possono annidare fenomeni di clientelismo e nepotismo in linea con l’italico familismo amorale. Perché è chiaro e risaputo che anche i presidi c’hanno famiglia e amici a cui non possono dire di no.

[continua]

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