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Ormai non si parla d’altro. Sembra che le sorti di questo paese e l’equilibrio di tutto l’universo mondo dipendano dai Casamonica. Come se prima di questa non ci fossero state altre rappresentazioni sfarzose di patrimoni fondati su una o più azioni criminali o soprusi. Qualcuno diceva che alla base di ogni ricchezza c’è sempre un delitto e poi, per nascondere gli scheletri negli armadi o nei pilastri di cemento, si ciancia di self-made-men e “fortune” guadagnate, ereditate, rischiate o sperperate; come se tutti quegli ingenti capitali potessero davvero derivare da un predestinato intruglio di onesto impegno e buona sorte. La mia laica speranza è che gli resti almeno il puzzo di sangue sulle mani, come nei peggiori incubi di Lady Macbeth: “Chi poteva pensare che il vecchio avesse in corpo tanto sangue? […] Tutti i profumi d’Arabia non tergeranno questa piccola mano.” Eppure, a ben vederli, i plutocrati di questo mondo sembrano tutti innocenti e convinti del buon diritto del loro strapotere e, pur con stili diversi, tutti ostentano le loro fortune, le loro ville, le loro conquiste, gli ori, i diamanti, i nani, le ballerine, le troie e la servitù prona e sempre-leccante.

Funerali Casamonica - La foto non è mia , l'ho presa dal Secolo XIX e ritoccata.

Foto REUTERS/Stringer (da me ritoccata)

Ma torniamo a questi funerali di distrazione di massa. Io, personalmente, confesso che ho trovato anche un certo fascino grottesco in questa festa organizzata da orde di parenti venuti a salutare il caro estinto da ogni dove (anche dalle carceri di Stato). Un tripudio del kitsch che confina col camp e l’espressionismo surrealista, il sogno di un pidocchio in frack, un flashmob sponsorizzato dalla criminalità organizzata e dai sodali politicanti e predicanti, il delirio di un regista serbo-italiano o di un pittore ispano-siciliano. I cavalli neri, i petali di rosa che cadevano dal cielo e soprattutto la banda multietnica che suonava la musica di Fortunella… Sì, Fortunella. Tutti hanno parlato di quel capolavoro della musica da film come la colonna sonora del “Padrino”, però, in origine, Nino Rota non aveva composto quel tema per la saga della famiglia Corleone, ma per “Fortunella”, un piccolo film diretto alla fine degli anni ’50 da Eduardo De Filippo: la storia un po’ patetica di una donnetta romana (Giulietta Masina) che si arrangia vendendo roba vecchia a Porta Portese a fianco di un rigattiere che la sfrutta e da cui dipende anche psicologicamente (Alberto Sordi). Ma lei sogna di essere la figlia di un principe. Come Totò. Che sognava di essere l’erede del Principe De Curtis e fece i suoi funerali nella stessa carrozza di questo principe dei rigattieri di cui oggi si parla tanto. Troppo.

E poi, tutta questa storia, con tanto di coinvolgimento di prefetti, vescovi, sindaci, cardinali e giornalisti che ne parlano e ne straparlano, è diventata un meraviglioso “esperpento” – termine spagnolo coniato nel secolo scorso da Valle Inclán per designare quegli specchi deformanti che aiutano a capire meglio una realtà deformata. La realtà deformata di un paese in profonda crisi che passa il suo tempo a parlare di grossi e grassi funerali romani.


(E con questa nota ci sono caduto anch’io, come vedete, tutto unto di chiacchiericcio e distratto dai fatti che davvero ci struggono e ci hanno distrutto; bloccato qui, davanti a un funerale, per non guardare i morti a mare e i giovani scarsi di futuro e di fortune a venire e i poveri che diventano sempre più poveri, mentre i ricchi ergono altri patrimoni sui loro impunibili delitti.)