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Preso atto del fatto che
nella vita ne ha dette tante
senza aver detto niente,
si prenda il poeta poetante
e lo si metta in un’isoletta
pressoché deserta e appartata
senza alcun tipo
di mezzo di comunicazione
individuale o di massa
a sua disposizione,
e lo si lasci de-cantare
un mese o due,
affinché il suo pensiero
giunga a maturazione
e gli si rafforzi
l’urgenza
di condivisione
ovverosia
l’imperiosa
necessità
di mettere
in comune
la propria visione
del mondo,
dei fatti,
dei sensi,
degli atti
dei ratti,
e degli accatti;

così che,
dopo cotanto silenzio coatto,
il presunto poeta,
spogliato
dai suoi abiti consunti
e dai consueti costumi,
prenda atto del fatto che
quand’anche avesse
qualcosa da dire,
prima di dirlo,
sarebbe il caso
di valutare
se ciò che sta per dire
sia davvero
e fuor di ogni dubbio
migliore del silenzio;

e quand’anche scoprisse
che fosse il caso
di rompere
la sacralità
del non détto,
imparasse,
il nostro povero
versificatore,
a distillare
le parole,
per pronunciare
solo quelle
veramente
necessarie

(qui,
per esempio,
se ne potrebbero
cancellare
senza indugio
o detrimento
sessanta,
ottanta,
novanta
o anche
duecento!)

(e qui la smetto
per non rischiare
di apparire eccessivo
e un po’ bulletto,
anche perché
potrei continuare
ad infinitum
essendo codesto
uno di quei casi in cui,
finché non decidi
che è proprio il caso che la smetti,
più ne hai e più ne butti dentro
e ne metti e ne metti,
e, mettendo, buttando e
mettendo ancora,
emetti,
tra un verso e l’altro,
vomiti
rutti e cazzatine
sfuggite come un peto
al primo incontro)