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Per la settima puntata della serie Cercando pace in Egitto (Quasi un calendario dell’Avvento) ho messo insieme – un po’ alla cazzo di cane (absit inuria verbis (riferito a eventuali cani in ascolto o in lettura)) – ben 5 dipinti di Henry Ossawa Tanner, un pittore che ha operato tra l’America, l’Europa e l’Africa a cavallo tra il XIX e il XX secolo e che io, prima di mettermi a inseguire la fuga di Maria, Giuseppe e il bambeniello, non conoscevo affatto (sebbene, dopo aver approfondito le ricerche, mi sia reso conto che avevo già visto e ammirato in non so più quale libro di musica afroamericana il suo “The Banjo Lesson“).

In fondo (e anche in superficie), questi esercizi intellettualoidi che pretendono di costruire cataloghi su argomenti dati, servono anche a questo, a scoprire nel mare magnum della creatività universale piccoli capolavori o curiosità artistiche di cui si ignorava del tutto o parzialmente l’esistenza.
E Henry Ossawa Tanner, se non proprio un produttore di capolavori assoluti, è, quanto meno, un straordinario esponente della storia dell’arte americana e internazionale che vale la pena conoscere un po’ anche in Italia (dato che presumo e desumo che qui da noi se ne sappia davvero poco).

Le sue biografie lo indicano come il primo pittore afroamericano a conquistare un posto di rilievo nella storia dell’arte degli Stati Uniti e ad avere una certa risonanza anche in Europa (almeno nell’epoca della Belle Époque).
Il padre, pastore dell’African Methodist Episcopal Church e attivista politico, pare avversasse la sua propensione per l’arte, ma, a 13 anni, Henry Ossawa decise ugualmente di intraprendere la carriera di pittore e, intorno ai 30 anni, decise di trasferirsi a Parigi (il fascino indiscreto della bohème). Da qui fece viaggi in Medio Oriente e in Nord Africa che dovettero accentuare una sua certa propensione all’orientalismo a la Delacroix, che sembra risaltare anche in queste 5 opere 5 (e non escludo che possano esserci anche altre fughe egiziane che sono sfuggite alla mia piccola ricerca).

Le cinque rappresentazioni della Fuga della Sacra Famiglia sono state realizzate in un arco di tempo che supera i venti anni, tra il 1899 e il 1923 (colgo l’occasione per scusarmi se, avendole messe insieme alla cazzo di cane (c.s.), non ho rispettato un ordine cronologico e le ho trasformate in una sottospecie di vignette in sequenza; ma la verità è che, fin dal primo momento, le ho viste come dei frammenti di un fumetto d’arte, delle incantevoli pagine di una graphic novel mai scritta sul viaggio del povero cristo Gesù bambino e della sua famiglia per sfuggire dalle grinfie del vilain Erode e dei suoi sgherri a caccia di innocenti).
In ogni modo, quattro dei cinque dipinti sono dominati da un blu notturno che conferisce loro un fascino esotico e tutte e cinque sono pervasi da un’atmosfera che parla inequivocabilmente arabo (o almeno suona come suona l’arabo ai nostri orecchi occidentali che poco hanno digerito le lezioni di Edward Saïd o le pre-visioni di Juan Goytisolo – altro che Fallaci e Houellebecq; ma questa è indubbiamente un’altra storia).

I quadri che ho pubblicato finora in questa disordinata collezione inserivano i tre fuggitivi in ambientazioni rarefatte (Guido da Siena e l’Anonimo Bizantino) o in panorami che sembravano più europei che mediorentali o egiziani (l’anonimo veneto del XVI secolo, Vittore Carpaccio, Blasco de Grañén insieme con Martín de Soria e Giotto duplicato (non scriverò mai “Giotto al quadrato”, perché il quadrato di 1 è 1)); qui siamo sicuramente tra il Medio Oriente e l’Africa, fino al falso storico-geografico dell’ultimo dipinto in basso a destra, dove è il Palazzo di Giustizia di Tangeri a fare da sfondo ai tre profughi in cammino.


 

Detto questo, mi piace sottolineare che tutte queste meravigliose rappresentazioni della fuga evangelica in Egitto che sto raccogliendo in questi giorni sono più che altro un pretesto per riflettere e parlar d’altro, per parlare d’arte, di civiltà e, soprattutto, per ricordare che, mentre si avvicina il Natale, ci sono ancora migliaia di migranti, di profughi, di camminanti in fuga dalla propria terra natale, in cerca di un altro Egitto, di un’America o di una Parigi senza bombe e attentati.