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1924, Blamire Young flight to Egypt Blamire Young, Flight into Egypt (1924)

La quattordicesima puntata della serie Cercando pace in Egitto (Quasi un calendario dell’Avvento) è una curiosa chicca degli anni ’20 del ‘900.

L’autore è William Blamire Young (1862-1935), delizioso artista australiano che è un’altra delle scoperte che devo a queste mie ricerche tra le decine e decine di rappresentazioni della Fuga in Egitto dei profughi palestinesi Giuseppe, Maria e Gesù bambino che ho spulciato in questi giorni.

Figlio di un ricco colonnello, Blamire Young seguì studi classici a Cambridge, si laureò in matematica e si dedicò all’insegnamento, prima di consacrare la sua vita all’arte, sia come pittore che come studioso e critico (tra l’altro ha scritto un saggio dedicato ai Disparates di Goya).
Lo studioso australiano J. F. Bruce lo descrive come un bell’omino virile che univa modi eleganti con uno spirito bohémien, una figura pittoresca e paradossale, come molti suoi quadri (aggiungo io), che erano per lo più dipinti con la tecnica dell’acquerello (“6’ 3” high, aesthetic, virile, uniting the Cambridge manner with the Bohemian Spirit, a picturesque and paradoxical personality“).

Qui di seguito vi mostro un’altra sua opera di tema egiziano (Rameses II buries his Queen, 1913-34) e un delizioso acquerello che materializza una meravigliosa bagnante avvolta in un’atmosfera rarefatta e liquida (The Bather 1920 ca.).

Blamire Young, RAMESES II BURIES HIS QUEEN (1913-34) Blamire Young, Rameses II buries his Queen (1913-34)

Blamire Young, The Bather, 1929 ca. Blamire Young, The Bather, (1929 ca.)

Ma torniamo a questa curiosa opera che situa la fuga evangelica in un paesaggio vagamente britannico con tanto di pecore e vecchio signorotto con cane sullo sfondo.
La vergine dai capelli rossi è abbigliata come una zingara, qualcosa tipo una profuga rumena, mentre Giuseppe è il tipico gentleman inglese di epoca vittoriana con tanto di tuba, pastrano e borsone di pelle di coccodrillo (un uomo in frack). Il bambino è nascosto tra i coloratissimi drappi della madre. L’unico elemento tradizionale cui siamo già abituati scorrendo l’iconografia della Fuga in Egitto sembra essere l’asino.
Giuseppe e il signorotto di campagna guardano lo spettatore (come còlti dall’apparizione improvvisa di un fotografo), la madonna, il cui volto è al centro della composizione, ha lo sguardo basso rivolto verso il suo grembo e sorride.

Il cielo blu elettrico, i corpi privi di ombre, il mulino celeste, i tetti viola, il bislacco abbigliamento di Giuseppe e Maria contribuiscono a conferire al quadro una atmosfera surreale e umoristica. Più che la fuga dall’Egitto sembrerebbe un sogno o un feuilleton in cui Giuseppe viene cacciato dalla famiglia vittoriana per aver sposato una zingara, che se la ride della famiglia di benpensanti del marito, tanto lei a vivere vagando tra i campi ci è già abituata.

Che distanza dalle ultime opere riportate in questa collezione di fughe: i profughi al vento di Noël Hallé, la sofferenza di Gustave Doré, il realismo dolente di José Ferraz de Almeida Júnior, la devozione e gli abbigliamenti da poveri popolani delle opere di Wolf Huber, Dürer e Murillo

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